Clima ed energia, lo scienziato Jean-Marie Tarascon: «Non credo raggiungeremo gli obiettivi di Cop26»

Mercoledì 17 Novembre 2021 di Gabriele Santoro
Il grande mappamondo illuminato allo Scottish Event Campus, a Glasgow, dove si è tenuta la Cop26

Le ricerche di base e applicate di Jean-Marie Tarascon, membro dell’Accademia francese delle scienze nominato nel 2013 professore del Collège de France per la cattedra di Chimica ed energia dello stato solido, hanno dato un contributo eccezionale nel campo dell’accumulo elettrochimico di energia elettrica. Alcuni dei settori sui quali questo grande ricercatore lavora, dalle batterie agli ioni di litio per veicoli elettrici alla gestione dell’elettricità prodotta da fonti rinnovabili intermittenti fino allo sviluppo di batterie agli ioni di sodio, rispettose dell’ambiente, rappresentano una frontiera decisiva per le sfide del ventunesimo secolo come la transizione energetica. Tarascon si trova a Roma, dove ha partecipato alla rassegna Dialoghi del Farnese presso l’Ambasciata di Francia, e oggi (18 novembre) riceverà all’Accademia dei Lincei il prestigioso Premio Balzan nella sezione scientifica Sfide ambientali: scienza dei materiali per le energie rinnovabili per l’attività di ricerca sulle batterie “intelligenti”.

Tarascon, è corretto definire il litio come il nuovo oro?

«Nonostante fosse conosciuto da almeno due secoli, ha conquistato improvvisamente la scena. È il primo ingrediente delle batterie per alimentare la nuova generazione di trasporti e potrebbe diventare prezioso come l’oro. Non è diffuso in maniera uniforme nella crosta terrestre. Potrebbe trasformare i paesi andini in America Latina nel nuovo Medio Oriente».

Lo stoccaggio di energia dovrebbe mitigare l’inquinamento, il riscaldamento globale e la carenza del combustibile fossile. Qual è l’importanza relativa del litio?

«La transizione energetica dipende essenzialmente dallo stoccaggio. Nel futuro utilizzeremo molta più elettricità. Le energie rinnovabili avranno bisogno di batterie proprio nella prospettiva della riduzione di CO2. Le batterie al litio ora sono la tecnologia per sviluppare le rinnovabili e i veicoli elettrici».

L’Europa come si posiziona in questa sfida?

«La capacità di stoccaggio e il litio sono molto importanti per la sovranità energetica europea. Per questa ragione si producono degli sforzi rilevanti per la creazione delle fabbriche di batterie. L’Europa vuole diventare sovrana nella disponibilità di batterie, ma importa il 98% delle materie prime che servono per fabbricarle».

La geopolitica è stata segnata dal petrolio. Accadrà anche con il litio?

«Ci sarà una forte pressione come per il petrolio potrebbero esserci dei periodi neri dove il corso del litio, che si trova in zone geopoliticamente difficili, fluttuerà. Però la produzione si sta diversificando dal Cile e l’Argentina ricche di questo metallo».

Quanto inciderà la capacità di riciclaggio?

«Questo è un aspetto fondamentale. Penso anche al cobalto che viene usato per la produzione delle batterie a ioni di litio. Sta crescendo la capacità di riciclaggio che ha costi più bassi dell’estrazione».

Il suo gruppo di ricerca è all’avanguardia nello studio delle batterie. Sarà possibile allungarne la vita?

«L’utilizzo della tecnologia dello ione di litio è stata una fortuna e una rivoluzione dell’ultimo secolo. Permette di avere un’ottima autonomia che vogliamo aumentare, migliorando la loro eco compatibilità anche attraverso il design di nuovi materiali. Come la tecnologia degli ioni di sodio che è stata messa a punto in Europa. Queste batterie sono sempre più il polmone dell’industria medica, robotica e automobilistica».

Avremo delle batterie “intelligenti” capaci di leggere lo stato del funzionamento?

«Questa è la sfida con la quale ci misureremo nel prossimo decennio. Vogliamo aggiungere funzionalità di diagnosi e autoriparazione. Attraverso fibre ottiche e sensori le renderemo in grado di tracciare la loro condizione».

Cambierà la loro configurazione?

«Le batterie dovranno consumare meno energia e diventare più riciclabili. In genere sono dei cilindri. Vogliamo trasformarle come dei mattoncini della Lego».

Che cosa distingue questa transizione energetica dalle precedenti?

«L’esiguità del tempo a disposizione. Il nostro pianeta si è industrializzato al massimo con lo sfruttamento di tutte le energie fossili che hanno impiegato migliaia di anni per formarsi».

Qual è l’avanzamento delle rinnovabili rispetto al crescente fabbisogno energetico mondiale?

«Ci sono stati dei progressi, ma l’interrogativo è politico. In che modo i governi vogliono assicurare l’autosufficienza energetica? Alcuni Paesi hanno deciso di attingere per il 100% a queste fonti. Lo ritengo un errore gigantesco. Le rinnovabili, intermittenti per definizione, sono di flusso e non di stoccaggio, dunque è necessario mantenere delle energie di sostegno. In assenza del nucleare obbligano a ricorrere al carbone inquinante. Come energia di complemento è molto promettente la tecnologia del Power to gas con un basso tasso di idrogeno».

L’effettiva realizzazione della transizione dipenderà dalle scelte delle grandi multinazionali della energia?

«Saranno una componente decisiva. Oggi vogliono trasformarsi in società verdi, conservando i rispettivi mercati. La transizione non si può compiere senza il coinvolgimento delle grandi compagnie che possono finanziare lo sviluppo più rapido di questo processo».

Si attendeva risultati più consistenti dalla Cop26?

«Il problema non era tanto l’assenza dei leader di Paesi come Cina, Russia o India, che oggi contribuiscono considerevolmente all’inquinamento globale. A pregiudicare gli esiti sono gli interessi economici in campo. Non nutro grandi speranze e aspettative per il raggiungimento degli obiettivi entro il 2050. La Cop26 ha posto la questione chiave: un rinnovato equilibrio tra scienza, politica e multinazionali. Le decisioni devono essere coordinate. La transizione energetica richiede a ognuno di questi attori di reinventarsi».

Ha senso fissare queste date?

«Molti discorsi sono utopici. Ora siamo consapevoli degli obiettivi da raggiungere, ma le tecnologie non sono ancora mature. Le direttive politiche non possono ignorare i prerequisiti tecnologici necessari. Senz’altro abbiamo preso coscienza della gravità del problema e intrapreso almeno in Europa la strada necessaria».

 

Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 12:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA