Il Vaticano corre ai ripari, difende il segreto confessionale e colpevolizza i mass media per le inchieste

Lunedì 1 Luglio 2019 di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Il Vaticano corre ai ripari dal rischio (sempre più concreto) che in molti Paesi si possano obbligare sacerdoti e vescovi a rompere il sigillo sacramentale del segreto della confessione davanti a casi di abusi per denunciare in tribunale i preti pedofili. In un documento pubblicato dalla Penitenzierie vengono definiti i contorni della vicenda e, nello stesso tempo, vengono presi di mira i mass media colpevoli di avere messo in rilievo, in questi anni, «aspetti morbosi» e rovinando la «reputazione» di molte persone.

«Ogni azione politica o iniziativa legislativa tesa a 'forzare l'inviolabilità del sigillo sacramentale costituirebbe un'inaccettabile offesa verso la libertas Ecclesiae, che non riceve la propria legittimazione dai singoli Stati, ma da Dio; costituirebbe altresì una violazione della libertà religiosa, giuridicamente fondante ogni altra libertà, compresa la libertà di coscienza dei singoli cittadini, sia penitenti sia confessori. Violare il sigillo equivarrebbe a violare il povero che è nel peccatore».

Come ha evidenziato anche il seguitisimo sito Il Sismografo diretto da Luis Badilla, nel documento non c'è «neanche un cenno autocritico e non si tocca quanto il Papa ha riconosciuto in molti circostanze sulla mancanza di trasparenza della Chiesa. Come se tutte le colpe fossero fuori e di altri». Come se il problema della pedofilia tra i preti e gli insabbiamenti dei vescovi fossero un problema della stampa.

Il testo approvato da Papa Francesco il 21 giugno scorso, con la firma del cardinale Mauro Piacenza, interviene direttamente su argomenti di grande rilevanza ma, scrive Badilla, prima d'ora «il Vaticano, e nessuno dei suoi organi specializzati, si è mai espresso sulla stampa in questi termini quasi apocalittici».

Non sono passati che pochi mesi dal summit degli episcopati sulla pedofilia e dal ringraziamento pubblico che è arrivato dal Papa al ruolo dei mass media nel portare alla luce scandali che altrimenti sarebbero stati sepolti per sempre, complice l'omertà di una parte della Chiesa. In un recente discorso il Papa disse che i giornalisti che avevano svelato gli abusi sessuali potevano essere paragonati a Natan, un famoso profeta che svelò  l’abuso sessuale da parte del re Davide chiamandolo a conversione. Il discorso fu pronunciato davanti alla curia prima di Natale, ma forse il cardinale Piacenza quel giorno era assente.

Ecco cosa disse Papa Francesco: «alcuni all’interno della Chiesa si infervorano contro certi operatori della comunicazione, accusandoli di ignorare la stragrande maggioranza dei casi di abusi, che non sono commessi dai chierici della Chiesa – le statistiche parlano di più del 95% - e accusandoli di voler intenzionalmente dare una falsa immagine, come se questo male avesse colpito solo la Chiesa Cattolica. Invece io vorrei ringraziare vivamente quegli operatori dei media che sono stati onesti e oggettivi e che hanno cercato di smascherare questi lupi e di dare voce alle vittime. Anche se si trattasse di un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – la Chiesa chiede di non tacere e di portarlo oggettivamente alla luce, perché lo scandalo più grande in questa materia è quello di coprire la verità».

Ecco invece cosa ha scritto il cardinale Piacenza nel documento pubblicato oggi: «Si è diffusa negli ultimi decenni una certa “bramosia” d’informazioni, quasi prescindendo dalla loro reale attendibilità e opportunità, al punto che il “mondo della comunicazione» sembra volersi “sostituire” alla realtà, sia condizionandone la percezione, sia manipolandone la comprensione. Da questa tendenza, che può assumere i tratti inquietanti della morbosità, non è immune, purtroppo, la stessa compagine ecclesiale, che vive nel mondo e, talvolta, ne assume i criteri.
Anche tra i credenti, di frequente, energie preziose sono impiegate nella ricerca di “notizie” – o di veri e propri “scandali” – adatti alla sensibilità di certa opinione pubblica, con finalità e obiettivi che non appartengono certamente alla natura teandrica della Chiesa. Tutto ciò a grave detrimento dell’annuncio del Vangelo a ogni creatura e delle esigenze della missione. Bisogna umilmente riconoscere che talvolta nemmeno le fila del clero, fino alle più alte gerarchie, sono esenti da questa tendenza».

E ancora: «Invocando di fatto, quale ultimo tribunale, il giudizio dell’opinione pubblica, troppo spesso sono rese note informazioni di ogni genere, attinenti anche alle sfere più private e riservate, che inevitabilmente toccano la vita ecclesiale, inducono – o quanto meno favoriscono – giudizi temerari, ledono illegittimamente e in modo irreparabile la buona fama altrui, nonché il diritto di ogni persona a difendere la propria intimità. Le parole di san Paolo ai Galati suonano, in tale scenario, particolarmente attuali: «Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne […]. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!»

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