Lina Sastri: «La vita mi fa paura
In teatro mi sento al riparo»

Lina Sastri
di Federico Vacalebre

Da tempo Lina Sastri ha deciso di «testimoniare» i suoi spettacoli: «La Lucky Planets pubblica le registrazioni live, tracciando una sorta di diario su cd e dvd: i ragazzi vanno sempre meno a teatro e questi dischi non saranno certo suonati nelle radio o nelle tv, ma comunque mi piace che ci siano, come un ricordo, come un messaggio in una bottiglia», racconta. Ieri la primadonna dello spettacolo napoletano ha presentato il nuovo volume di questa collana, «Appunti di viaggio», nella sua città, alla Feltrinelli di piazza dei Martiri, insieme con «Mi chiamo Lina Sastri», libro (Guida, pagine 107, euro 10), in cui si racconta a Ignazio Senatore dopo uno scritto introduttivo di Giulio Baffi. Volume e disco (due cd e un dvd) dicono in maniera diversa, ma non divergente, dell’artista Sastri e della donna Lina, anzi Pasqualina, «come mia nonna, Pasqualina Grande». La donna nata in via degli Zingari, in nomen omen (Sastri in India è un cognome diffuso e indica gli ebrei che furono cacciati) a due passi da Porta Capuana, che quando andò a Roma finì per vivere in una casa in via... degli Zingari. L’artista-zingara scappò di casa ancora minorenne per diventare artista-zingara.
Il racconto e la messinscena di Linapolina, gioco di parole tra il suo nome e quello della sua città e titolo di un suo spettacolo, si muovono su direttive parallele: sulla carta Senatore domanda, indaga settore (il teatro, il cinema, la musica, la televisione) per settore, titolo per titolo e lei risponde con franchezza; sul cd la sua voce e gli strumenti dei musicisti si fanno canto libero di esperienze di vita e carriera, passando dal padre alla madre, da Eduardo a Patroni Griffi, dalla canzone napoletana classica a Pino Daniele; su dvd, naturalmente, succede lo stesso, ma con la fisicità nervosa ed affascinante di chi in scena si sente a casa sua. Libro e cd/dvd trattano quasi gli stessi argomenti, hanno capitoli/episodi simili, ma il primo affonda la lama concedendo visioni dietro le quinte, smascheramenti, inabissamenti, mentre il secondo sublima tutto nella messinscena. Anche perché «stai al sicuro sul palco dal caos della vita, con la meravigliosa possibilità di vivere liberamente ogni cosa, ogni sentimento o emozione, sapendo come va a finire, cosa che nella vita non accade».
Nella vita succede che De Filippo ti nota, ti prende per una particina, ti richiama, e poi ancora una volta, per la Scarpettiana con Luca, ma lei rifiuta: «Ero impulsiva, sfrontata e vanitosa, troppo sicura di me, forse presuntuosa. Certamente credevo di sapere cosa volevo e non volevo in quel momento. Ma che coraggio ebbi!». Nella vita succede di incontrare di nuovo Eduardo, anni dopo, «perché voleva fare un recital sulle canzoni di guerra. Me le cantò lui stesso alcune. Ci incontrammo qualche volta per questo bellissimo progetto, poi morì».
Eduardo che una volta le strappò la camicetta e le sconcicò la gonna, perché lei doveva interpretare una ragazza che «arriva da una violenza, non può essere così precisa e ordinata... Vulite fa’ ‘e belle... Tanto si’ bella ‘o stesso». Eduardo che una volta rimandò indietro Nanni Moretti, che aveva insistito con Lina perché glielo presentasse, glielo facesse vedere da vicino: aveva una scena importante da provare, non era il caso di avere osservatori».
Vita e teatro si (con)fondono ogni tanto, come nel destino di Luca De Filippo, torinese «condannato» a fare il napoletano perché figlio di cotanto padre.
Gli incontri che contano sono tanti, sin dalla prima epifania, il «Masaniello» di Armando Pugliese, con quella prima canzone, la «Madonna de lu Carmine» di De Simone. Poi c’è Nanni Loy («Mi manda Picone») con quella seconda canzone («Ajere» di Pino Daniele), c’è Massimo Ranieri, quasi un suo alter ego maschile, con cui le piacerebbe fare uno spettacolo insieme: «Se lo facessimo credo che potremmo stare in scena in cartellone anche per anni, ma credo che ci ammazzeremmo a vicenda». Mai mettere insieme due primedonne, ammette.
Mamma Ninetta, la sua casa, la sua malattia, la sua voce e le sue canzoni napulitane passano dal libro alla scena, e quindi al cd/dvd che la documenta, che tenta di eternarla: «Il teatro è arte volatile, provare a fermarla, a testimoniarla è roba da malati del teatro come me». Turturro («Passione»), Tornatore («Baaria»), Woody Allen («To Rome with love») sono spezie esotiche in un minestrone verace in cui la canzone è mezzo è non fine, perché quel che più conta, anche quando la gente va ai suoi spettacoli per sentirla cantare, è conquistarla anche con le parole di una Anna Maria Ortese, anche con un monologo di Pirandello, non solo con il sinuoso mambo della sua «Maruzzella». Perché si chiama Lina Sastri, artista prima che zingara.
 
Venerdì 17 Marzo 2017, 13:22 - Ultimo aggiornamento: 17-03-2017 13:28
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