Catherine Dolto: «Mia madre Françoise, una rivoluzionaria dalla parte dei bambini»

di Donatella Trotta

Un progetto transdisciplinare. Concretamente dalla parte della famiglia, e dei bambini e ragazzi. In un territorio segnato da un crescente disagio: psichico, sociale, economico ma anche culturale, educativo. E un piano d’azione, e “interazione integrata”, non soltanto nella dimensione dell’esperienza clinica e della ricerca teorica, ma soprattutto nella prospettiva di buone pratiche che intrecciano tre pilastri della salute “globale”, nell’accezione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms): prevenzione, educazione, cura. Declinate nella parola, nell’ascolto e nell’accoglienza a sostegno dei più piccoli, e della genitorialità. Nasce con queste premesse, a Napoli, il Dipartimento Clinico intitolato – non a caso – «à Françoise Dolto», la cui giornata inaugurale è stata celebrata ieri con un denso e partecipato convegno nella Sala Vasari della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi.

Promosso dal Centro Clinico ESpressione e dalla Scuola Esculapio, diretti dallo psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista Antonio Maiolino, coordinatore dell’incontro con la psicoterapeuta e psicoanalista Adalinda Gasparini, presidente di Fairitaly Onlus (che ha patrocinato l’iniziativa con l’Ordine degli Psicologi della Campania, il Comune di Napoli, l’A.O.R.N Santobono Pausilipon, l’Associazione Culturale Pediatri e Pianoterra onlus), il progetto del Dipartimento, coordinato dalla psicoterapeuta Annamaria Spina, ha avuto per il suo battesimo una madrina d’eccezione: Catherine Dolto (nella foto). Ovvero, la figlia della grande psicoanalista e medico francese di fede cattolica Françoise Dolto (Parigi 1908-1988), cofondatrice nel 1953 con Jacques Lacan della Società Francese di Psicoanalisi, promotrice nel 1979 della prima «Maison Verte» (la Casa Verde: luogo di accoglienza per bimbi da zero a tre anni con i loro genitori) e figura mediatica celebre per i suoi interventi divulgativi radiofonici negli anni Settanta in Francia, oltre che autrice di una vasta bibliografia sul suo metodo innovativo di lavoro con i bambini e gli adulti che ha letteralmente rivoluzionato la storia della medicina e della psicoanalisi al servizio dell’educazione e dell’infanzia.

Lo ricorda con ironico understatement Catherine, classe 1946, a sua volta affermata pediatra e aptoterapeuta (un lavoro polisensoriale sulla vita intrauterina del feto nel grembo materno, attraverso la scienza dell’affettività e del contatto psicotattile, praticati in seno a una branca scientifica, l’aptonomia, nata in Olanda e poi sviluppatasi in Francia, per il pieno sviluppo e la crescita armonica del nascituro anche dopo il parto): «Quando mi chiedono se non ne ho abbastanza di vivere all’ombra di mia madre, rispondo che io non sono mai stata nella sua ombra, ma nella sua luce; e poi – sorride – sono figlia anche di mio padre, Boris Dolto, neonatologo e osteopata russo con una problematica epopea alle spalle Ed è dalla relazione d’amore tra entrambi, provenienti da mondi diversi e con due visioni differenti dell’educazione, che sono diventata me stessa».

Ma che tipo di madre è stata Françoise Dolto? Catherine ne parla con grande ammirazione, ma senza alcun autocompiacimento retorico: «È stata, per molti, una grande icona – ricorda – ma anche, per altri, una folle, rifiutata nelle stupide guerre di religione tra psicoanalisti. Di certo, il suo pensiero è stato radicalmente sovversivo, nella libertà totale della sua transdiciplinarietà. Ma era anche una che diceva: quando non sono nel mio studio non sono una psicoanalista; e in effetti è stata una madre sempre gaia, anche nelle situazioni di tensione. Estremamente esigente, certo, ma mai colpevolizzante né giudicante. Soprattutto, è stata compassionevole e rigorosa. Ho imparato tanto da lei». Al punto che ne è stata assistente, e dopo la sua morte ne cura con appassionata dedizione gli archivi; due donne, madre e figlia, che hanno lavorato a lungo insieme, in simbiosi, ma - sempre - con lo spirito di un’indipendenza creativa che è stata l’impronta di famiglia anche per gli altri due fratelli di una coppia speciale, che deplorava soltanto la superficialità, il conformismo e le imitazioni gregarie: «indice di mancanza di autonomia di pensiero e azione, oltre che di scarsa intelligenza», sottolinea Catherine.

Catherine lo spiega raccontando gustosi aneddoti relativi alla propria infanzia e adolescenza, inevitabilmente caratterizzate da marachelle e ribellioni sempre affrontate, da “maman Françoise”, con lungimirante (e spiazzante, perché ironica) intelligenza emotiva: affinata da anni di pratica di «liberazione della parola» nell’ascolto dei bambini, da parte di una donna che sin da piccola voleva diventare un «medico dell’educazione» e amava ripetere: «chi ascolta veramente la parola dei bambini è rivoluzionario». Già. Una rivoluzione particolarmente necessaria, nell’attuale clima di “guerra” più o meno invisibile che stiamo vivendo: ma come fronteggiare, oggi, la paura in metropoli che già Paul Virilio definiva “città panico”? E soprattutto, dopo i drammatici fatti di Parigi, come aiutare i più piccoli a fronteggiare il perturbante terrorismo globale che si è insinuato nelle vite di ciascuno?

Catherine Dolto non ha dubbi: «L’educazione, nel senso più ampio del termine, è l’unico strumento contro la barbarie – afferma seria – e, rispetto al sentimento della paura, la cosa migliore da fare è parlarne; gli adulti devono parlare con e ai bambini della loro stessa paura, legata al timore della morte, che inevitabilmente li obbligherà a parlare della morte e del fatto che l’amore non muore con la morte». Dolto jr ne è una testimone militante: nel suo percorso professionale di medico c’è tra l’altro anche la dimensione teatrale, quella sociologica e dell’assistenza alla parentalità, accanto a una pratica clinica che per redarre un’anamnesi, ad esempio, parte dalla gravidanza, dal parto di una madre e dai primi anni di vita del bambino: in quanto, spiega ancora, «esiste un aspetto simbolico, e affettivo, della parola che lascia il segno nella carne: e la carne è il corpo quale luogo dove si scrive la storia del soggetto, secondo la teoria dell’immagine inconscia del corpo. L’educazione – aggiunge – invade tutto il territorio della carne, e in fondo ogni terapia è una guerra di liberazione e, in molti casi, di decolonizzazione. Ecco perché – conclude – i politici dovrebbero prestare più attenzione alle intelligenze delle persone, ripensando tutto il sistema educativo e dell’insegnamento, oggi appiattito su una formattazione dell’intelligenza inaccettabile per la psicoanalisi».

Anche per questo, a Napoli, è nato il Dipartimento Clinico «à Françoise Dolto», frutto dell’incontro tra il Centro Clinico ESpressione (già Consultorio di psicoterapia psicoanalitica attivo sul territorio napooetano dal 2008, ma dal 2014 divenuto APS, Associazione di promozione sociale) e la scuola di specializzazione Esculapio, con sede in via Toledo 406: un modo, spiegano i promotori, «per rispondere al dilagante disagio psichico familiare - in genere ”bollato” e liquidato come disadattamento - non con una prassi di protocolli, metodi standardizzati e tappe frammentate in un percorso di specialismi concentrati prevalentemente sui sintomi, ma con una presa in carico del bambino, e dei suoi genitori, fatta di ascolto e accoglienza, ma soprattutto di una rete condivisa del privato sociale intessuta di relazioni, e interrelazioni mai banalmente psicologistiche».

Catherine Dolto annuisce, e approva: un’autorevole ”benedizione“, per un nuovo cammino che proporrà fra il resto un ciclo annuale di seminari dedicati a temi diversi di ispirazione psicoanalitica. Tema del 2016, «Psicoanalisti nella città dei bambini, degli adolescenti e della famiglia. Prevenzione, educazione e cura dopo Freud, Lacan, Dolto»: un vero e proprio laboratorio clinico con la finalità, concludono Spina e Maiolino, di «realizzare un progetto in cui è l’esperienza clinica a diventare uno strumento di sapere e uno stimolo nel campo della ricerca».
Domenica 13 Dicembre 2015, 19:24 - Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre, 10:05
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