Gigi Di Fiore

Cialdini, addio al busto di marmo

di Gigi Di Fiore
E venne anche il giorno della rimozione delle statue. Via il busto di marmo del generale Enrico Cialdini che, accanto a quello di Camillo Benso conte di Cavour, per quasi un secolo e mezzo ha dominato il salone delle grida nella sede della Camera di Commercio di Napoli in piazza della Borsa.

E' l'interpretazione della storia che si nutre di simboli. La rilettura che, alimentata da nuovi orientamenti ideologici e politici, ridiscute i miti e gli eroi di un Risorgimento che ha sempre diviso l'Italia. Di solito, le statue vengono abbattute dopo rivolgimenti violenti. Sono vive le immagini della distruzione della gigantesca riproduzione di Saddam Hussein in Iraq o dei volti in bronzo di Mussolini dopo il 25 luglio del 1943. Ma si trattava di rivoluzioni e di gesti immersi nel presente.

Stavolta, la rimozione di una statua guarda al passato. Non nasce, quindi, da una contingente condanna politico-rivoluzionaria, ma da una rivisitazione culturale successiva, maturata nel tempo, di personaggi della storia nazionale esaltati in fretta, nell'ansia di definire al momento dell'unificazione mitologie fondanti di una Nazione giovane priva di identità comune. Dal 1861, si sono moltiplicate ovunque le piazze o vie Garibaldi e Cavour, i corsi Vittorio Emanuele prima II e poi III (ahimé), le strade intitolate a Roma capitale.

A Napoli, già capitale del regno preunitario più grande della penisola, si fece di più. La rimozione delle memoria di quanto c'era stato anche di positivo nel passato, accompagnata dal furore ideologico che accompagna ogni avvicendamento di potere, innalzò miti, esaltò personaggi che in fretta avevano sostituito quelli che avevano guidato la nazione napoletana fino a poche settimane prima. E, nella necessità di creare un'epica risorgimentale, spesso anche con invenzioni, di cui andare fieri e con cui giustificare la conquista e la successiva annessione del Mezzogiorno, si fece di ogni erba un fascio trasformando in eroi decine di protagonisti di quegli anni.

Vennero concesse a Napoli ben tre cittadinanze onorarie. Oltre a quella, scontata, a Giuseppe Garibaldi (18 settembre 1860) , ne beneficiarono anche Salvatore Pes marchese di Villamarina (2 novembre 1860), che era stato ambasciatore del Piemonte a Napoli, e il generale Enrico Cialdini (5 marzo 1861). Strana scelta, per un generale che in fondo era stato tra i conquistatori della sconfitta Nazione napoletana. Come se, dopo l'ingresso dei tedeschi a Parigi il 14 giugno 1940, i francesi avessero deciso di concedere la cittadinanza onoraria a qualcuno dei generali vincitori. Cialdini aveva bombardato Gaeta senza scrupoli, anche se sotto i colpi dei cannoni a lunga gittata piemontesi morivano anche i civili che non avevano voluto abbandonare il Borgo. Aveva poi, da luogotenente del re, usato il pugno di ferro contro le bande di briganti-ribelli.

Fu lui a ordinare che di "Pontelandolfo non rimanesse pietra su pietra". E fu l'eccidio del 14 agosto 1861, che rase al suolo la cittadina sannita dopo la morte, qualche giorno prima, di 41 tra soldati e carabinieri. Diritto di rappresaglia, in una guerra-non guerra civile dove l'esercito, prima piemontese poi dall'aprile 1861 italiano, non fece sconti nel Mezzogiorno utilizzando poteri speciali. Cialdini fu in prima linea in quella stagione ma, per una sorte di sindrome di Stoccolma, a Napoli venne applaudito e temuto. Il cambio di potere politico-istituzionale, insieme con il gattopardismo, favorì le facili esaltazioni con univoche letture storiche di quegli avvenimenti. Solo 5 anni dopo, con la figuraccia a Custoza contro gli austriaci nella terza guerra d'indipendenza, il genio militare di Cialdini sarebbe stato di molto ridimensionato.

Da anni, si rileggono quei fatti storici con quella serenità che si deve quando si può guardare a ciò che avvenne senza condizionamenti politici contingenti. E da anni, sulla spinta di una nuova voglia di conoscere meglio la propria storia che diventa anche suggello di orgoglio e identità meridionale, la rilettura, gli studi e gli approfondimenti, anche controversi, sul Risorgimento e l'annessione delle ex Due Sicilie, si sono moltiplicati. La revoca della cittadinanza a Cialdini, decisa dall'amministrazione comunale nell'aprile del 2017, e ora la decisione della giunta della Camera di Commercio di rimuovere il busto dalla sede di piazza della Borsa sono testimonianze di un nuovo approccio verso gli avvenimenti del 1861. La storia, in fondo, sulla scia di documenti e studi sempre diversi e con differenti sensibilità e conoscenze, deve essere anche revisionismo del revisionismo.
Venerdì 21 Dicembre 2018, 12:37
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