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Provocò la morte di un carabiniere,
ladro condannato a cinque anni

Venerdì 20 Settembre 2019 di Mary Liguori
Provocò la morte di un carabiniere, ladro condannato a cinque anni

Il processo col rito abbreviato, le imputazioni per furto aggravato e la resistenza a pubblico ufficiale. La condanna a cinque di carcere, di cui un anno già quasi del tutto scontato. Tutto come previsto, tutto come prevedibile. Se non fosse che tra il furto aggravato, un aspirapolvere rubato in un appartamento del centro di Caserta, e la resistenza al pubblico ufficiale, la fuga sui binari della stazione, non fosse rimasto un cadavere. Quello del vicebrigadiere Emanuele Reali, 34 anni, morto nel tentativo di bloccare il ladro in fuga, centrato da un treno in corsa mentre inseguiva il bandito scappato. Per la sua eroica morte in servizio non ci sono responsabili. Il processo col rito abbreviato si è concluso ieri dinanzi al gup Alessandra Grammatica. Presenti i legali rappresentanti l’Arma dei carabinieri, l’avvocatura di Stato, il Ministero della Difesa e la famiglia del vicebrigadiere Reali. Ciascuna parte ha chiesto di potersi costituire parte civile, inclusa la famiglia Reali rappresentata dall’avvocato Giuseppe Ferrucci, ma la questione di non legittimità sollevata dall’avvocato Gandolfo Geraci, difensore dell’imputato, è stata accolta dal giudice che ha escluso le parti civili.
Pasquale Attanasio, intorno alle 20 di ieri, è stato condannato per i reati a lui ascritti, non ovviamente per quelli che non gli sono stati contestati. Per la verità, la Procura di Santa Maria Capua Vetere aveva tentato, in principio, l’incriminazione per la morte a seguito di altro reato. Ma la prima bocciatura del gip Campanaro, che non accolse una parte del quadro tratteggiato dai pm, quella appunto relativa alle ragioni della tragica fine del carabiniere, ritenendo, il giudice, che non vi fosse un nesso diretto tra la fuga e il decesso, ha riportato i capi d’imputazione su quanto di meno grave avvenne la sera del 6 novembre dell’anno scorso a Caserta. E questo è ciò che ha animato il processo definito con rito abbreviato ieri a Napoli. Attanasio, quella maledetta sera, era con tre complici. In mattinata avevano svaligiato una serie di appartamenti del centro di Caserta. I carabinieri erano sulle tracce della banda e nel pomeriggio scattò il blitz. Tre di loro furono catturati subito. Cristian Pengue, Pasquale Reale e Salvatore Salvati, tutti del Rione Traiano di Napoli, esperti topi d’appartamento. Pengue tornò libero due giorni dopo. Ma quella sera, Attanasio, padre di due figli dopo un’adolescenza passata tra Nisida e i Colli Aminei, tentò di tagliare la corda per non finire, di nuovo, dietro le sbarre. Scavalcò il muro della stazione e fuggì lungo i binari. Il vicebrigadiere Reali si lanciò all’inseguimento e imboccò a sua volta la strada ferrata. Fu un attimo: un convoglio diretto in stazione lo prese in pieno. Il macchinista s’accorse di lui solo quando era troppo tardi. Attanasio fuggì dai binari e continuò a scappare per quattro giorni mentre i carabinieri di tutta la Campania gli davano la caccia. Poi si costituì. Qualche mese dopo, assieme ai suoi complici e alle mogli di alcuni di loro, finì in una retata che sgominò una banda di ladri che aveva commesso decine di furti tra Napoli e Caserta. Le donne si occupavano dei sopralluoghi, gli uomini ripulivano le case. Una di loro, intercettata, esaltava così le gesta del marito: «Mi porta a casa 280mila euro l’anno». Per gli altri ci sarà un processo a breve. Per Attanasio, i giochi si sono chiusi ieri. Entro quattro anni, tornerà a casa, dai suoi figli. Resteranno invece per sempre senza il loro papà le figliolette di Emanuele Reali. Alle quali la mamma, un giorno, dovrà raccontare la storia di un carabiniere eroe per la cui morte nessuno ha pagato. Il loro papà. 

Ultimo aggiornamento: 11:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA