«Io, trans e povera: mi rifugio in chiesa
e spero nel Ddl Zan per i più deboli»

Lunedì 26 Luglio 2021 di Mary Liguori e Marilù Musto
«Io, trans e povera: mi rifugio in chiesa e spero nel Ddl Zan per i più deboli»

Si chiama Jenny Forgione, su Tictoc è Zizì. Ventimila followers e un sogno: che il Ddl Zan diventi legge. Se il provvedimento sarà approvato, si istituirebbe il carcere per chi commette atti di discriminazione fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere o sulla disabilità.

«Ci sono tanti ragazzini che stanno crescendo, bisogna aiutarli. Io non ho più frequentato la scuola perché venivo continuamente bullizzata, era diventato un incubo andare a scuola», racconta Jenny. Sopravvissuto a se stessa, Jenny ora è una trans che va avanti anche grazie al pacco alimentare fornito dalla Caritas della parrocchia Buon Pastore, a Caserta. La parrocchia di don Antonello Giannotti aiuta un esercito di poveri e persone che la pandemia ha «cancellato». Gli invisibili, gli ultimi, hanno avuto solo le parrocchie come ancora di salvezza. «Se non ci fosse stata la Caritas, non saprei come avrei fatto - racconta Jenny - percepisco il reddito di cittadinanza, ma non basta». Ha lasciato la strada tanto tempo fa, dopo l'esperienza del carcere, ora è una pizzaiola. Poi ha un canale Youtube «Leggo i tarocchi», spiega. I suoi video su TikTok sono seguitissimi.

«Solo così mi sento viva, i miei followers mi adorano», confessa. «Dopo anni di discriminazioni, mi sento accettata». Miss Zizì ha subito sulla sua pelle la discriminazione, fin da bambina. «Mio padre mi ha accettata come figlio, ma non come trans. Per un genitore è sempre dura fare i conti con questo tipo di realtà. Mio padre non se ne faceva una ragione» La discriminazione è sottile, a volte anche non cosciente. «Se dovevo chiedere, ad esempio, un'aranciata in più a mio padre, la chiedevo attraverso le mie sorelle. Poi pretendeva che io mi lavassi sempre le mani ogni volta che mi sedevo a tavola, questa pretesa non c'era per le mie sorelle. Ma non ho mai avuto rancore, amavo ugualmente mio padre e lui amava me. Ora che i miei genitori sono morti lui mi manca più di quanto mi manchi mia madre - racconta Jenny - ho un unico tatuaggio: è un cuore dove dentro c'è scritto mamma e papà, è nella parte interna del polso in un posto in cui si prova più dolore nel farlo. Lì ci sono loro, nella parte più profonda di me». 

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Jenny ha vissuto l'esperienza della prostituzione. «Ho iniziato per gioco, è assurdo dirlo, ma è stato così. Mi faceva sentire donna che gli uomini mi desiderassero. Ma è stato un grave errore che facciamo in tante - spiega - mi sentivo più donna in questo modo, potevo pagarmi le cure ormonali. Poi è successa una cosa: mi hanno chiesto di fare da palo per poter rapinare i miei clienti e così sono finita in carcere. La cosa assurda è che quando entri in cella smetti di essere ciò che eri, diventi un'altra persona: le cure ormonali ti vengono distribuite senza un piano, non viene calcolata la tua personalità, diventi nulla. Così, finisci per regredire sul piano fisico e questo si ripercuote sull'aspetto psicologico. Inoltre, a noi trans vengono destinate delle celle di isolamento perché in carcere possiamo subire delle violenze. È un modo per proteggerci, ma finisce che ci ghettizzano». C'è ancora tanto da fare e il dibattito di questi giorni sul Ddl Zan sta portando alla luce una serie di aspetti finora manco discussi. «Sono stata adolescente anche io e so quanto è dura superare le barriere del pregiudizio. C'è bisogno di una campagna culturale che spieghi alle nuove generazioni il rispetto per tutti. Ho una scena impressa nella mia mente che è quella del funerale di mia madre, ero davanti alla bara e piangevo, c'erano parenti e amici intorno, passarono due ragazzi in moto e urlarono: «ricchione, a te e tua madre morta». Volevo sprofondare, mi sono vergognata pur sapendo di non aver fatto nulla. Ecco, non si possono più accettare atteggiamenti del genere». 

E Jenny da bambina ha subito una violenza: «Chi abusò di me è ancora in giro, non ho mai denunciato - racconta-. Potevo farlo, potevo raccontarlo e non l'ho fatto, per questo dico che parlare in famiglia è importante, ai ragazzi che stanno scoprendo la loro sessualità in questo momento dico di non chiudersi, ma di parlare con la propria famiglia. Se non capiscono allora è un problema loro. Smisi le cure ormonali per non far dispiacere i miei, ma se tornassi indietro non lo farei e penserei solo a me stessa». 

Ultimo aggiornamento: 27 Luglio, 08:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA