Morto Alberto Arbasino, aveva 90 anni: protagonista della cultura del Novecento. Il boom con Fratelli d'Italia

Lunedì 23 Marzo 2020
Morto Alberto Arbasino, aveva 90 anni: protagonista della cultura del Novecento. Il boom con Fratelli d'Italia

Se ne va anche Alberto Arbasino, padre nobile delle lettere italiane, implacabile e beffardo fustigatore dei costumi del Belpaese. Aveva 90 anni, e da tempo aveva problemi di salute, tanto che era praticamente scomparso dalla vita sociale. Difficilmente l’Italia potrà rimpiazzare una simile voce critica; un uomo che, delle nostre campagne elettorali, diceva che “in nessun paese ci si dimena tanto per ottenere tanto poco”, e che, quando la cultura italiana era ancora molto provinciale e chiusa in se stessa, invitava a “fare un giro a Chiasso”, per assaporare la vita oltre confine.

E' morto Alberto Arbasino, aveva 90 anni: protagonista della cultura del Novecento​

Concepì il suo romanzo più celebre, “Fratelli d’Italia”, come un grande affresco della Dolce vita degli anni Sessanta, tra festival, corse da un punto all’altro della penisola, con una cura della prosa invero maniacale; non a caso, lo rivide completamente, per la nuova edizione pubblicata nel 1993 per Adelphi. Il Grand Tour di giovani intellettuali on the road pubblicato trent’anni prima viene ripreso, riveduto e corretto, perché per Arbasino un’opera non è mai conclusa, non è mai finita, e non si può mai dire, o scrivere, l’ultima parola. “Fratelli d’Italia” gli apre le porte del Gruppo 63, al fianco di personaggi del calibro di Nanni Balestrini, Renato Barilli, Furio Colombo, Umberto Eco, Giorgio Manganelli, Edoardo Sanguineti, Sebastiano Vassalli.

Arbasino - deputato indipendente nelle file del partito repubblicano, dal 1983 al 1987 - fu anche la coscienza critica della sinistra italiana, a cui lo scrittore di Voghera guardava con ironico distacco. L’uomo che perfido sentenziava “tanto sbattersi, tanto farsi, per risultati così scarsi”, ai tempi della controcultura, attingeva a una tradizione antica, di pennne perfide alla Karl Kraus che - citava Arbasino in “Un paese senza” - sosteneva a sua volta che “la morale è la tendenza a buttare via la vasca col bambino dentro”.

Talvolta, il suo metodo arrivava ad un tale punto di esagerazione da diventare difficilmente sopportabile. E questo capitava soprattutto quando il suo sarcasmo caustico non risparmiava veramente nessuno. Ma, di certo, Arbasino fu un cinico e multiforme pioniere; fu colui che portò una ventata di aria fresca, proveniente dall'estero, nella nostra letteratura; e fu anche un autore di grande umorismo, in un paese che vede questo genere come troppo “basso” e indegno di riconoscimenti importanti. “Super-Eliogabalo” è una divertentissima parodia del libro di Antonin Artaud sull’imperatore “anarchico incoronato”, con esiti davvero altissimi.”Specchio delle mie brame” è un esilarante compendio, in forma narrativa, del kitsch nazionale, “il trionfo dell’allusivo pecoreccio, dello sporcaccionesco all’italiana” (come scriveva lui stesso).
 

 

Certe sue frasi sono rimaste memorabili, come Vienna che “fa venire l'inconscio anche a chi non ce l’ha”; o certi suoi affreschi di personaggi, raccolti in “Ritratti e immagini”: “Greta Garbo. Un’apparizione al Grande Bretagne di Atene, con la sua vecchia amica Rothschild…” O i saggi di “Certi romanzi”, apparsi nei primi Sessanta, che testimonia una stagione irripetibile, di sprovincializzazione letteraria, dalle Appagate Nefandezze del marchese de Sade alla Lombardia fantasma dell’ingegnere Gadda e della sua Adalgisa.

Colpisce che, proprio negli ultimi anni, la malattia lo abbia colpito in quelle che erano le sue più grandi qualità: la memoria predigiosa, la verve affabulatoria, il sentimento religioso, nel senso che Marguerite Yourcenar dava al termine, derivato dal latino religo la capacità di “mettere insieme”, di cogliere analogie, di collezionare improvvisi lampi, memorabili illuminazioni.

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Ultimo aggiornamento: 21:54 © RIPRODUZIONE RISERVATA