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Perché i giovani rinunciano al posto fisso? Welfare familiare, salari bassi e trasferimenti al Nord

Il tempo libero è un valore irrinunciabile e i salari sono troppo bassi per incentivare

Martedì 31 Maggio 2022 di Graziella Melina
Perché i giovani rinunciano al posto fisso? Welfare familiare, salari bassi e trasferimenti al Nord

I posti di lavoro nella pubblica amministrazione sono disponibili, ma in pochi vi ambiscono. Troppo lontana la sede, troppo basso lo stipendio. L’allarme del ministro delle Infrastrutture conferma il paradosso tutto italiano. «Su 320 funzionari di amministrazione che sono stati messi a concorso - ha precisato Enrico Giovannini - una quota consistente ha rinunciato, evitando di prendere servizio a meno che non gli fosse stata indicata una sede al Sud». La questione certo non riguarda solo le motorizzazioni che hanno perso il 50% del personale in 20 anni. I concorsi spesso vanno deserti. Imprenditori e ministri sanno che la questione va risolta al più presto. «C’è da fare un grande lavoro sulla politica dei redditi - ha ribadito ieri il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi - Abbiamo proposto un taglio del cuneo fiscale, un intervento shock da 16 miliardi, così si potrà mettere in tasca agli italiani 1.223 euro per chi ha un reddito di 35mila euro per tutta la vita lavorativa». La partita si gioca sul nodo stipendi. «Le competenze più fresche e aggiornate - ha spiegato Vittorio Colao, ministro dell’Innovazione e della Transizione digitale - vanno retribuite per quanto valgono veramente, senza risparmiare sui salari. Gli stipendi reali, soprattutto da noi in Italia, sono ancora troppo bassi».

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NO AL TRASFERIMENTO
Per gli esperti delle politiche attive, il rifiuto del posto fisso è dunque la conseguenza più evidente delle storture del sistema. Se i giovani non sono disposti ad allontanarsi troppo, spiega Maurizio Del Conte, ordinario di Diritto del lavoro dell’Università Bocconi di Milano, è solo per un calcolo di opportunità. «Con l’aumentare del differenziale del costo di vita tra Nord e Sud - precisa Del Conte - diventa sempre più costoso per una persona spostarsi in un’altra regione. Non dimentichiamo che in passato il divario non era così alto, in più c’era la prospettiva del posto fisso ma con la possibilità del trasferimento. Ora non è più così semplice ritornare nella regione di origine». 

Gli stipendi bassi, insomma, non lasciano scelta. «Se una persona soprattutto giovane del Sud fa un concorso per esempio per diventare docente di sostegno per un anno in un qualunque paese del Centro Nord - rimarca Andrea Volterrani, sociologo dell’Università Tor Vergata di Roma - con lo stipendio, se va bene, copre appena le spese per l’affitto e le bollette. Solo chi riceve un supporto dai genitori riesce a farcela senza troppo affanno». Ma se ci si trasferisce e si ha una famiglia da mantenere la situazione diventa insostenibile. «Prima le condizioni di vita dei lavoratori erano disperate, e quindi le persone si spostavano di più - ricorda Volterrani - Ora lontano da casa e senza una rete di supporto pubblico non si può far fronte da soli alle difficoltà quotidiane». 

LA VITA PRIVATA
Di sicuro, dopo i due anni di emergenza Covid le esigenze di chi cerca un lavoro ormai sono cambiate. «Le trasformazioni sociali prodotte dalla pandemia hanno avuto effetto non solo in Italia - chiarisce Pasqualino Albi, ordinario di diritto del lavoro dell’Università di Pisa - La tendenza delle persone a rinunciare al lavoro e a dimettersi riguarda anche gli Stati Uniti, oltre che l’Europa. Forse ora c’è un punto di non ritorno, la pandemia in sostanza ha inciso su come si concepiscono le relazioni sociali e le priorità nelle scelte di vita». Il mondo del lavoro, spiega Domenico De Masi, professore emerito di sociologia del lavoro dell’Università la Sapienza di Roma, «si è sempre preoccupato di stuzzicare i bisogni quantitativi, quindi il denaro, l’aumento di stipendio e ha sempre trascurato l’introspezione, la convivialità. Ormai i giovani hanno capito che le gratificazioni non sono solo quelle economiche».

CARRIERA E INCERTEZZE
A rendere il mondo del lavoro ancora più squilibrato c’è poi il fenomeno sempre più preoccupante del precariato. «Un tempo un giovane sapeva che poteva contare sullo scatto di stipendio, si faceva carriera - ricorda De Masi - Oggi si è assunti per esempio come navigator, per tre anni. Poi però questi giovani si ritrovano senza lavoro come prima». Il posto fisso, dunque, se c’è, però è a tempo determinato. «Molto spesso le posizioni bandite per esempio in occasione del Pnrr - spiega Del Conte - sono di supporto al personale, ma non ci sono percorsi di carriera chiari. Non si capisce, infatti, quale sarebbe poi il punto di arrivo e gli sviluppi successivi». Quindi, «invece di stupirci quando osserviamo il fenomeno delle rinunce - suggerisce Albi - dovremmo metterci nella prospettiva di un giovane che ha l’esigenza di guadagnare e guardare al proprio futuro. Noi saremmo in grado di accettare un lavoro che prevede un impegno forte, poco retribuito e senza una prospettiva?».
 

Ultimo aggiornamento: 15:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA