Manovra, stop alla spending review: zero risparmi fino al 2023

Mercoledì 21 Ottobre 2020 di Luca Cifoni

Lo Stato depone le forbici. Il ciclone Covid sembra aver posto fine a un’era nei conti pubblici: quella dei tagli di spesa - minacciati o reali - che hanno caratterizzato le manovre di bilancio per oltre un decennio. Mentre giustamente il disegno di legge che si sta preparando per il 2021 prevede considerevoli aumenti delle uscite per il sostegno alla sanità al lavoro e alla scuola, dopo gli interventi nella stessa direzione dei vari decreti di emergenza, lo stesso testo sembra escludere un ricorso alla spending review tra le fonti di finanziamento. O meglio, la voce è presente nelle tabelle riepilogative del Documento programmatico di bilancio (appena inviato a Bruxelles) che riassume i contenuti della manovra; ma dalle relative misure, che pure avranno «efficacia immediata» ovvero partiranno dal primo gennaio 2021, lo Stato non ritiene di ricavare nulla nei prossimi due anni. Nel 2023 ci sarebbe invece un risparmio di un miliardo, diviso a metà tra amministrazioni centrali e locali. 

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Il titolo delle misure è “Revisione e rimodulazione della spesa». I filoni di intervento sono due. Il primo rinvia alla «revisione delle procedure amministrative o organizzative» e al «definanziamento di progetti in relazione alla loro efficacia o priorità e la revisione dei meccanismi o parametri che determinano le esigenze di spesa». Il secondo invece si riferisce presumibilmente agli investimenti parlando di «rimodulazione di altre spese in base alle priorità e della tempistica dei trasferimenti a vari enti in base alle effettive esigenze dello stato di avanzamento dei lavori, mantenendo comunque invariato il totale complessivo delle risorse destinate agli interventi». Sulla carta, soprattutto la prima su presenta come una classica procedura da spending review. Ma c’è evidentemente una scelta politica: quella di non usare questo processo per ricavare effettivi risparmi, almeno non prima del 2023. In questa visione, la razionalizzazione dovrebbe generare risorse da usare all’interno degli stessi settori, comunque senza benefici per i conti pubblici. Un’inversione di rotta rispetto alle scelte del passato, quando i vari governi cercarono di puntare sulla revisione della spesa per liberare risorse da destinare al risanamento dei conti o - almeno nelle intenzioni - alla riduzione del prelievo fiscale. Aveva iniziato a teorizzare questo approccio Tommaso Padoa Schioppa nel 2007, con il suo libro verde della spesa pubblica. Seguirono poi altre stagioni di tagli più o meno lineari a partire dall’anno successivo, con l’avvio della grande crisi e poi la manovra di emergenza di fine 2011. Proprio per cercare di rendere il processo più graduale e meno caotico si insediò come commissario Enrico Bondi (anche sulla base di un rapporto elaborato da Piero Giarda) ma le sue elaborazioni non ebbero un impatto significativo sulle effettive misure del governo. Quindi fu la volta di Carlo Cottarelli, che elaborò un programma più ambizioso, anche quello però rimasto in larga parte nel cassetto. I governi successivi, tra un intervento occasionale e l’altro, continuarono comunque a sostenere l’esigenza di tagliare in modo organico le spese improduttive: esigenza che ora non viene negata, ma ricondotta ad una valenza diversa, o forse più realistica. Resta il fatto che risparmi di spesa potrebbero rendersi comunque necessari in futuro, dopo i 100 miliardi di maggior deficit inevitabilmente accumulati quest’anno: ad esempio per il 2022 le stesse tabelle del Dpb stimano ben 13 miliardi di effetti di retroazione fiscale o da altre coperture, destinati a scendere a circa 7 l’anno successivo. In pratica la scommessa è che la spinta all’economia indotta dai maggiori investimenti legati ai fondi europei generi un maggior gettito tributario di quelle dimensioni. Altrimenti si dovrà provvedere in modo diverso. 

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Ultimo aggiornamento: 10:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA