Pensioni Statali, l’anticipo del Tfr in ritardo di due anni

Mercoledì 7 Ottobre 2020 di Andrea Bassi
Pensioni Statali, l’anticipo del Tfr in ritardo di 2 anni

Le mail e le telefonate ai ministeri ormai non si contano più. Su Facebook è nata anche una pagina seguitissima, con un nome che lascia pochi dubbi alle interpretazioni: «Quelli che aspettano l’anticipo del Tfs fino a 45 mila euro». E basta perdere solo qualche minuto a leggere i post pubblicati a centinaia da ex dipendenti pubblici, per rendersi conto che l’anticipo della liquidazione attraverso il sistema bancario, per ora, nonostante gli annunci, resta un miraggio. A questo punto conviene riavvolgere il nastro. I dipendenti pubblici, a differenza di quelli privati, per ottenere il Tfr, che per loro si chiama trattamento di fine servizio, devono aspettare se va bene un paio di anni, ma se sono andati in pensione con Quota 100, quindi anticipando l’uscita fino a 62 anni, rischiano di dover attendere la liquidazione anche fino a 7 anni. 

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La ragione è che, in passato, gli statali sono stati chiamati a “contribuire” al risanamento dei conti pubblici attraverso questo ritardo nel pagamento della buonuscita. Il primo governo Conte, quello sostenuto dal Movimento Cinque Stelle e dalla Lega, quando ha introdotto il prepensionamento con Quota 100, proprio per evitare che gli statali dovessero attendere fino a 7 anni per la liquidazione, aveva deciso di introdurre un meccanismo di anticipo delle somme «fino a 45 mila euro» attraverso il sistema bancario.

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Nonostante gli annunci però, a quasi due anni dall’entrata in vigore della norma, non è ancora possibile chiedere l’anticipo. Sembra una corsa ad ostacoli. Prima serviva un Dpcm, pubblicato solo a giugno di quest’anno. Poi il protocollo con l’Abi, l’associazione bancaria, arrivato alla fine di luglio. Poi il 29 agosto è arrivato il decreto firmato dal ministro della Funzione pubblica Fabiana Dadone che recepiva l’accordo, con tanto di annuncio che l’anticipo del Tfs era finalmente sbloccato. «E invece», spiega Vincenzo Pappalardo, amministratore della pagina Facebook, «se si prova ad attivare la procedura Inps per ottenere la certificazione del Tfs necessaria alle banche per l’anticipo, compare un avviso che non è ancora possibile procedere». In effetti, come in un videogioco dove ogni volta che sconfiggi un mostro ne appare uno nuovo, il tassello mancante è l’attivazione del Fondo di garanzia da 75 milioni a favore delle banche che concedono il prestito. Fatto questo, servirà una circolare esplicativa Inps, che sarebbe anche pronta a quanto si apprende. Ma da giorni ci sarebbe un rimpallo tra il ministero del Lavoro, quello della Funzione pubblica e il Tesoro.

E proprio qui il Fondo di garanzia per una serie di chiarimenti richiesti dalla Ragioneria generale dello Stato. Una volta superato l’ostacolo, l’Inps avrà comunque altri tre mesi per rilasciare la certificazione necessaria a chiedere un prestito in banca. Sempre che si riesca a trovare un istituto disponibile. Già, perché fino ad oggi, stando ai dati pubblicati sul sito del governo, solo tre banche hanno aderito alla convenzione Abi: la Banca di Imola, il Banco di Lucca e del Tirreno e la Cassa di Ravenna. Insomma, nessun big del settore per ora si è fatto avanti. Probabilmente anche per i tassi poco allettanti che la convenzione prevede (rendistato più 0,40%). «Ad oggi», dice Massimo Battaglia, segretario generale di Confsal-Unsa, il sindacato che già una volta ha portato in Corte Costituzionale la vicenda del Tfs, «l’anticipo è un fallimento. Per questo», aggiunge, «presto depositeremo un nuovo ricorso chiedendo alla Corte Costituzionale una nuova pronuncia». E i giudici della Consulta già una volta avevano chiesto al governo di battere un colpo. Che per ora è stato a salve. 

Ultimo aggiornamento: 8 Ottobre, 15:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA