Roma senza regole/ Se la forza del diritto cede al diritto della forza

Domenica 19 Luglio 2020 di Carlo Nordio
Roma senza regole/ Se la forza del diritto cede al diritto della forza

I due eventi che riportiamo sono accaduti di recente a Roma, ma sono sintomatici di una situazione ormai diffusa, che potremmo definire di rassegnata illegalità. Il fatto che abbiano ferito una delle città più belle e fragili del mondo li rende non solo allarmanti, ma dolorosi.

Primo episodio. La magistratura dispone il sequestro preventivo del sito di stabilizzazione biologica e raffinazione dei rifiuti di Rocca Cencia, per una serie di reiterate e gravissime violazioni di norme a tutela dei lavoratori e dell’igiene pubblica: le strutture sono obsolete, i rifiuti presentano “caratteristiche di putrescibilità” e buona parte delle prescrizioni imposte non sono state osservate. Risultato: il giorno dopo il sequestro, l’attività prosegue come prima. 

Secondo episodio. Nella zona di Tor Sapienza scoppiano decine di incendi di rifiuti tossici, che si estendono rapidamente, lambiscono Fiumicino e avvelenano interi quartieri. Arrivano i vigili del fuoco, la polizia e persino l’esercito. La Prefettura fa un bilancio globale: da gennaio a giugno gli incendi sono stati 240, due terzi dei quali avvenuti all’interno o in prossimità di campi nomadi. I residenti della zona definiscono quest’angolo di Roma “la polveriera”, dove bivaccano individui che vivono di furti, droga, borseggi e rapine. Ma anche qui, tutto resta com’era. 

L’amara impressione che si trae da queste due vicende che, ripetiamo, non sono affatto esclusivamente romane, è che il rispetto delle leggi, e delle decisioni di chi le applica sia una vuota astrazione metafisica. Per la verità la forza del diritto ha talvolta dovuto cedere al diritto della forza: basti pensare che se un viaggiatore attraversa incautamente i binari viene multato, ma se lo fanno centinaia di dimostranti arriva il questore e la lite si compone.

Tuttavia fino a poco tempo fa si trattava di episodi marginali, espressioni di ritualità consolidate come i picchetti davanti alle fabbriche. Ora invece assistiamo a una proliferazione diffusa di questi fenomeni che coinvolgono i soggetti più disparati, compresi quelli che dovrebbero dare il buon esempio. Ricordiamo con raccapriccio la “bravade” di un insigne prelato che l’anno scorso si calò nel sottoscala di un edificio abusivamente occupato per riallacciare i fili della luce, tagliati dall’erogatore per morosità. Non sappiamo che fine abbia fatto l’indagine. Ma sappiamo che l’episodio è stato criticato da pochi, giustificato da molti, e dimenticato da tutti. 

Ebbene, l’illusione che queste infrazioni fossero tollerabili - e persino lodevoli – in quanto ispirate da una sorta di solidarismo clemente, si sta ora dissolvendo davanti all’empirica ma prevedibile constatazione che la legalità, come la libertà, non è un pupazzo da strapazzare a piacimento, ma è un organismo integrato, che non tollera menomazioni arbitrarie: o c’è, o non c’è. Così come si comincia a bruciare i libri e si finisce per bruciare gli uomini, così se lo Stato chiude un occhio per episodi che ritiene marginali, o peggio ancora incontrollabili, rischia alla fine di restare accecato dalla sua stessa rassegnazione codarda. 

Il paradosso più lacerante di questo atteggiamento rinunciatario è che spesso lo si giustifica come un’ indulgenza soccorrevole verso i più bisognosi, senza accorgersi che questo relativismo giuridico è lo stesso che fornisce ai ricchi gli alibi per violare le regole quando queste configgono con i loro interessi. Così infatti ragionano gli evasori fiscali, quando si giustificano lamentando le ruberie e i costi della politica; oppure gli imprenditori che non versano i contributi, perché tanto, dicono, “i soldi dell’Inps vanno agli sfaticati con il reddito di cittadinanza”. E gli esempi potrebbero continuare, perché, come predicava l’Azzeccagarbugli, “a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, nessuno è innocente”. Cioè ognuno può interpretare le norme come gli pare, e inventerà sempre una scusa per violarle a proprio comodo.

Concludo. Nel recente summit europeo, una delle condizioni imposte, non solo all’Italia ma a tutti i membri, è “la certezza del diritto”, intesa sia come tutela delle prerogative individuali sia come ottemperanza ai doveri imposti dai rispettivi ordinamenti. Possiamo star certi che essa costituirà uno dei fondamentali criteri di valutazione della nostra affidabilità anche finanziaria. Ma se questa nostra sciatteria indulgenziale continuerà, alla fine saremo pesati, e purtroppo saremo trovati mancanti. 

Ultimo aggiornamento: 08:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA