Coprifuoco a Napoli, si ferma lo storico ristorante Umberto. Il titolare Di Porzio: «Mai accaduto in 104 anni»

Mercoledì 28 Ottobre 2020 di Gigi Di Fiore

In 104 anni di attività, non era mai successo. Lo storico ristorante «Umberto» di via Alabardieri sceglie, stavolta per volontà dei proprietari e non per un lockdown totale, di non aprire. L’annuncio, via social, lo ha dato «ai clienti e amici affezionati», Massimo Di Porzio, terza generazione della famiglia titolare del locale di Chiaia insieme con le sorelle Lorella, Roberta e Linda. È proprio lui a spiegarlo. 

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Massimo, una decisione «storica» per «Umberto»?
«Sì, neanche durante la guerra il ristorante chiuse, restando un riferimento di vita per il quartiere e la città. Ci fu anche un episodio, più volte ricordato, che convinse mio nonno a lasciare le serrande aperte».

Quale?
«Nel bombardamento del 3 agosto, 1943 cadde una bomba nel palazzo dove c’è il locale e rimase inesplosa. Non ci furono morti, né danni. I miei nonni fecero costruire, per ringraziamento e come simbolo di continuità, l’edicola votiva che si vede in strada dedicata alla Madonna di Montevergine».

Che differenza c’è con la chiusura di marzo?
«Sette mesi fa, la chiusura era imposta dai decreti sul lockdown e in noi c’era la convinzione che avremmo riaperto presto. Ora è una decisione presa con le mie sorelle. Ne abbiamo discusso a lungo e abbiamo deciso che è meglio così, perché lavoreremmo male».

Un gesto polemico?
«No, stavolta la polemica non c’entra e non c’entra neanche il mio incarico alla Fipe-Confcommercio di Napoli».

Cosa vi ha spinto alla decisione, allora?
«Abbiamo ritenuto che, valutando il rapporto costi-benefici, era meglio restare chiusi. Gli orari e le condizioni imposte dal Dpcm non ci consentono di lavorare con serenità».

Perché?
«A pranzo, in questo periodo i clienti erano pochi. I turisti non ci sono e i clienti anche affezionati sono condizionati dalla paura. C’è un clima, che non ci è congeniale. Al ristorante si va per distendersi, per passare una serata piacevole con la famiglia e gli amici. I tavoli da quattro, le comitive da dividere, la tensione di incappare in un contagiato da contatti esterni al locale ci hanno spinto a decidere di non riaprire». 

E i vostri 18 dipendenti?
«Abbiamo un rapporto speciale con loro. I ritardi della cassa integrazione li abbiamo coperti noi, anticipando le somme e assicurando loro comunque lo stipendio. Li sentirò a telefono uno a uno, per rassicurarli. Sono la nostra forza, la squadra di Umberto è una famiglia. Non perderanno il lavoro e sanno che questa decisione è presa anche per guardare meglio al futuro. Gli acquisti delle materie prime, la programmazione non sono possibili in questo clima di incertezza».

Pensate che in questa scelta sarete seguiti da molti altri?
«Non lo so, ogni azienda farà i suoi calcoli costi-benefici. Su di noi ha inciso anche il clima di protesta legittima, ma dai connotati di violenza che non ci appartengono e in cui non ci riconosciamo. Un clima che scoraggia la gente a uscire». 

Siete ottimisti?
«Siamo fiduciosi che usciremo tutti vincitori contro questo maledetto virus, che sta cambiando le nostre vite in maniera drammatica. Ad aprile pensavamo con serenità a una chiusura momentanea, convinti che fosse importante riprendere anche con l’asporto. Ora, ci rendiamo conto che psicologicamente è importante poter riprendere in condizioni psicologiche e di contesto generale diversi».

Quando sperate di riaprire?
«Non possiamo dirlo, vediamo. Durante la guerra, mio nonno Umberto diceva che la cosa più difficile nelle difficoltà è riuscire a mettere sempre un piatto di pasta a tavola. Ci riusciamo ancora e andremo avanti».
 

Ultimo aggiornamento: 12:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA