Fase 2, nell'aeroporto di Napoli solo due viaggiatori

Martedì 19 Maggio 2020 di Paolo Barbuto

C’è un dettaglio che rende la situazione sconcertante; non riesci a identificarlo subito, te ne rendi conto solo quando giri la chiave, il motore si spegne e resta solo uno sconvolgente silenzio. Eccolo, è il silenzio il dettaglio dal quale capisci che non è come prima, anche se tutto è immutato: a Capodichino c’è il caos sempre, a ogni ora del giorno e della sera. È quel caos emozionato delle partenze, festoso dei ritorni, esagerato per i campioni, mesto per i lutti, ma il rumore non può mancare: c’è sempre intorno e dentro l’aeroporto. Anzi c’è sempre stato. Adesso non c’è più.

Provi a entrare, ingenuo. Le porte principali dello scalo internazionale di Napoli sono bloccate, ci sono cartelli che t’invitano a infilarti in una porticina secondaria sulla destra, l’unica rimasta aperta dal lato delle partenze, quelle partenze che, in pratica, non esistono più da due mesi esatti: è rimasto un solo volo fisso quotidiano dell’Alitalia, diretto a Roma, poi sporadici collegamenti effettuati dalle compagnie low cost, quasi esclusivamente per riportare in patria gli stranieri che sono rimasti bloccati a Napoli durante il lockdown. Il resto è silenzio e solitudine.

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Primo pomeriggio, l’ultimo atterraggio c’è stato un’ora prima, eppure nel salone degli arrivi ci sono cinque persone che chiacchierano. Non aspettano nessuno, sono addetti, dipendenti in pausa. Il trillo del telefono al banco delle informazioni fa sussultare l’addetta alle informazioni che a quel banco nessuno va a chiedere. Al telefono invece sì, dalle risposte s’intuisce che c’è qualcuno che chiede notizie sui collegamenti con l’estero, la ragazza spiega che bisogna rivolgersi direttamente alle compagnie di volo. Anche Antonio Guglielmucci, manager Gesac che fa da cicerone nel viaggio dentro all’aeroporto deserto, spiega che la rinascita dipende proprio dalle compagnie. Però lui non sembra in crisi, è certo che a partire da giugno qualcosa inizierà a cambiare, anche se per tornare ai fasti dell’éra precedente il virus ci vorrà molto tempo «un anno, forse due», sospira anche se gli occhi restano sorridenti dietro la mascherina.
 


Il 19 agosto dell’anno scorso a Capodichino transitarono 42.813 passeggeri, record assoluto per lo scalo napoletano. Nel 2019 l’aeroporto gestito dalla Gesac ha superato i dieci milioni di passeggeri, 10.860.068 per la precisione: in media ogni singolo giorno dell’anno passato, nelle sale di Capodichino sono passate 29mila persone. Ieri, durante la nostra passeggiata, ne abbiamo incontrate soltanto due, un uomo e una donna che non si conoscevano nemmeno prima di finire al centro di questa singolare avventura nella desolazione dell’aeroporto abbandonato: si sono seduti il più vicino possibile. Erano in poderoso in anticipo sul volo per Roma che entrambi avrebbero dovuto prendere dopo tre ore, questione di accompagnatori che non avevano altre possibilità. Non vi aspettiate che quel numero sia cresciuto a dismisura: abitualmente i passeggeri si contano sulle dita di due mani.

Ovviamente tutte le strutture commerciali interne allo scalo hanno le serrande abbassate. Passare in quei corridoi scuri e circondati da negozi chiusi, fa salire un moto di angoscia e rabbia contemporanee «cerco di non salirci mai qui - il manager Guglielmucci s’intristisce - vedere questo (e allarga le braccia verso il deserto) mi fa stare male». 

L’uomo ha ragione, visto dall’alto, lo scalo deserto è ancora più angosciante. Soprattutto l’area del check in, senz’anima viva eppure con i percorsi per le lunghe code ancora tracciati: sembra la scena di un film, sembra un set da “day after”, tutto è ancora come prima anche se il mondo nel frattempo è cambiato.
 

 

Per scoprire che, forse, le cose non sono cambiate del tutto, bisogna tornare al piano terra dove, come il giapponese nella foresta, resiste Emilio Della Corte che non ha mai chiuso il suo “Take Off”: è il negozietto che si trova nell’area partenze, in una zona che prima era un po’ defilata e adesso, siccome si entra dalla porta laterale, s’è ritrovato giusto al nuovo ingresso “principale” dell’aeroporto. Vende giornali, sigarette, souvenir, oggi i suoi clienti sono gli addetti alla sicurezza e i pochi altri dipendenti, ché di viaggiatori non ce ne sono più: «Ma io resisto e credo nel futuro. Lo so che sarà durissima ancora per molti mesi, però non mollo. Non ho chiuso nemmeno un giorno, anche quando sapevo che non sarebbe partito nessuno», Emilio sorride e regala buonumore. Alle partenze c’è anche un altro negozio aperto, è la parafarmacia che ha l’obbligo di mantenere le serranda alzata anche se non c’è nessun cliente da due mesi, però osserva orari prestabiliti, non è aperta costantemente e tenacemente come il negozio di Emilio.

Ultimo aggiornamento: 20 Maggio, 09:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA