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«È caccia allo sbirro a Napoli», sul web il wanted degli agenti

Mercoledì 6 Dicembre 2017 di Giuseppe Crimaldi
«È caccia allo sbirro a Napoli», sul web il wanted degli agenti
Sono tornati. Più determinati che mai. E hanno ricreato la pagina web - la stessa già oscurata, qualche mese fa, dalla polizia postale - per rilanciare i loro messaggi violenti. Ma rispetto a nove mesi fa, ciò che si legge oggi sulla pagina «Caccia allo sbirro» aggiunge inquietudine alla inquietudine. Il sito torna a galleggiare nei bassifondi del deep web: cioè in quegli abissi di una Rete ormai incontrollabile, alla quale si accede immergendosi nel «World Wide Web» non indicizzata dai comuni motori di ricerca.

Minacce esplicite rivolte ai rappresentanti delle forze dell'ordine. Una sorta di «wanted» mediatico: un vero e proprio schedario che si propone di individuare, identificare e rintracciare uomini e donne in divisa per «mettere alla gogna gli agenti che imperversano contro le masse popolari».

Rispetto al febbraio scorso - quando si riuscì ad oscurare la pagina web - oggi c'è un'altra novità a dir poco allarmante. Due poliziotti napoletani - il primo, ex dirigente della Questura di via Medina, e il secondo, un ispettore in servizio alla Digos di Napoli - vengono indicati come «schiavi del regime». Entrambi indicati ed associati, nel delirante messaggio postato da chi ha riaperto il portale, come «infiltrati, spie, collaboratori del regime non conosciuti alle masse popolari».

Tra gli «sbirri che difendono i fasci» (questo si legge sulla pagina improvvisamente ricomparsa in quell'abisso che è il dark web) adesso compare anche il nome dell'ex dirigente della Digos di Napoli, Antonio Sbordone. Dirigente e poliziotto sempre in prima linea, Sbordone è attualmente questore di Reggio Emilia, dopo esserlo stato per oltre due anni a Ferrara. A lui viene dedicata una pagina web sulla quale compare una foto «identificativa» (peraltro sbagliata) all'interno della quale compaiono quattro campi vuoti che si chiede agli utenti di compilare. L'obiettivo è chiaro: si chiede a chiunque abbia notizie sulla vita privata, sui luoghi che frequenta e persino sull'indirizzo privato dell'abitazione di indicare notizie e informazioni utili ad identificare l'obiettivo. Nella schermata si legge infatti di indicare «Corpo, unità, grado» del dirigente, ed ancora la «zona operativa di competenza» e persino «l'abitazione in cui risiede attualmente».

Tra i due «sbirri» finiti all'indice di questa gogna mediatica non c'è soltanto Antonio Sbordone. Con tanto di foto pubblicata, che lo ritrae durante una manifestazione organizzata dai centri sociali a Napoli qualche anno fa, compare anche un altro noto poliziotto napoletano. Ancora oggi in servizio presso la Digos partenopea (motivo per il quale ci asterremo dal pubblicarne l'identità). Ma mentre per Sbordone vengono evidenziati i dati personali, per questo secondo poliziotto l'appello che compare sul deep web è chiarissimo: «Dati personali non disponibili - si legge - Se lo conosci compila il formulario qui sopra».
 
Ma chi c'è dietro questo delirio? Chi sono gli autori della pagina web che esorta a creare liste di proscrizione per chi veste una divisa delle forze dell'ordine? Cominciamo dal portale. Al quale siamo riusciti ad accedere grazie ad un esperto di informatica. Il sito, come detto, si chiama «Caccia allo sbirro!» (con tanto di punto esclamativo finale). Scorrendo quelle pagine ci si accorge presto che è un portale dedicato ad acquisire informazioni degne del peggiore degli schedari: una sorta di archivio da consultare per mettere all'indice poliziotti e carabinieri impegnati nelle attività di controllo e di investigazione su quella sempre più complessa e articolata galassia composta da movimenti politici e centri «antagonisti» spesso finiti nel mirino della Digos e dei Ros dei carabinieri.

In testa al sommario c'è una voce: «Serie fotografiche». Accompagnata da un link: «Chi l'ha visto?». E basta poco per capire quali siano gli obiettivi della ricerca. «La polizia politica - scrive l'autore del sito - basa la sua forza anche sul fatto che i suoi agenti, infiltrati, spie e collaboratori, non sono conosciuti alle masse popolari. Farli conoscere è un modo pratico per rendere il loro sporco lavoro se non impossibile, almeno difficile. Facciamo circolare le loro foto e i loro dati!».

Un delirio, ancor più riconoscibile dal seguito dell'appello: «Denunciamo le azioni di controllo, intimidazione e l'infiltrazione degli sbirri e dei loro collaboratori nei partiti e nelle iniziative dei comunisti, degli antifascisti, degli antimperialisti e negli organismi delle masse popolari. Cacciamo gli infiltrati, gli spioni e i collaboratori della polizia politica e delle agenzie private. Denuncia anche tu i servi del regime!».

Toni e accenti che rievocano tempi molto bui. Questa pagina del deep web è ancora aperta. Attiva e accessibile a chiunque voglia e abbia le capacità - ripetiamolo: non serve un ingegnere informatico e tanto meno uno 007 per avervi accesso - Un delirio, una miscela che unisce il controllo dell'ordine pubblico ai «torturatori di Guantanamo» (che cosa abbiano a che vedere il questore Sbordone e il suo collega messo alla gogna da «Caccia allo sbirro» non è dato sapere). E un esplicito invito alla violenza: «Rendiamo il loro lavoro sempre più difficile e sempre meno allettante per coloro che non sono ancora stati assoldati dalla borghesia imperialista». Il portale invita anche a «completare la galleria fotografica con dati anagrafici, ruolo, zona operativa e l'indirizzo di residenza degli sbirri e dei loro servitori».

Da domenica sulla riapertura del sito indaga la Polizia di Stato. Con gli uomini della Digos, affiancati dai colleghi della Polizia Postale. Una informativa è anche già stata trasmessa in Procura. C'è un precedente. Il 28 febbraio era già scoppiato il caso: l'allarme era stato lanciato dal ministero della Giustizia con una circolare indirizzata al personale della polizia penitenziaria. In quel foglio l'invito era esplicito: «Non pubblicate foto sui social, soprattutto se siete in divisa. Non diffondete i vostri dati perché quel materiale può essere utilizzato per rintracciarvi e farvi del male. Foto e dettagli personali di uomini e donne delle forze dell'ordine sono costantemente selezionati e poi pubblicati sul sito caccia allo sbirro».

Un portale - quello appena riaperto nonostante l'oscuramento disposto in primavera - nato nel 2009 come blog ufficiale. Ripostato oggi su una piattaforma interattiva attraverso il sistema di copertura «Tor»: il sito risponde all'indirizzo web http://cacciaallosbirro.awardspace.info. L'home page si apre con un annuncio. «La polizia politica basa la sua forza anche sul fatto che i suoi agenti, infiltrati, spie e collaboratori non sono conosciuti alle masse popolari».

Tor (acronimo di The Onion Router) è un protocollo di comunicazione che consente di conservare l'anonimato su internet, rendendo ancor più complicato tracciare l'indirizzo Ip di provenienza degli utenti e consentendo di agire con atti confidenziali con minore timore di essere individuati. Per usare Tor basta scaricare un software gratuito ed eseguirlo sul proprio computer, usando il browser come fosse la porta schermata di un sistema complesso di router. Chiedere, quindi, ai propri utenti di inviare tramite Tor significa non voler essere identificati.
 
Ultimo aggiornamento: 12:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA