Ospedale «cosa loro»: le mani
dei clan sul San Giovanni Bosco

Mercoledì 26 Giugno 2019 di Leandro Del Gaudio

Altro che formiche, altro che invasione di insetti che si arrampicano sulle lenzuola, sui macchinari che tengono in vita i pazienti allettati. Qui al San Giovanni Bosco - meglio noto come ospedale delle Formiche - è accaduto di tutto: summit di camorristi, carte false per i finti sinistri, un’intera catena amministrativa piegata ai voleri del clan Contini: fino a 500 euro per concedere le dimissioni a un paziente morto in corsia, per portarlo a casa con il via libera di medici corrotti, di infermieri e barellieri rigorosamente sotto il tacco del clan; certificati medici per perizie fasulle in grado di sbloccare indennizzi assicurativi, finanche un parcheggiatore abusivo che offre lo sconto sui ticket del 50 per cento, grazie a un medico compiacente in ambulatorio.

Eccolo l’ospedale gomorra, almeno a leggere le carte dell’inchiesta culminata nella maxiretata contro la Alleanza di Secondigliano, a distanza di 20 anni dal primo blitz (era il 1999 a firma dell’allora gip Laura Triassi), a conferma del patto di sangue (prima ancora che militare e affaristico) tra i Contini-Bosti del Vasto, i Licciardi di Secondigliano e i Mallardo di Giugliano. Le mani sulla città, altro che paranze di bambini in vena di scarrellare le pistole contro balconi o panchine, a leggere la misura cautelare firmata dal gip Roberto D’Auria.
 
Inchiesta condotta dai pm Ida Teresi (poi coadiuvata dalle colleghe Alessandra Converso e Maria Sepe), sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli: sono 86 gli arresti in carcere, una quarantina ai domiciliari (elenco completo nelle pagine in cronaca), al termine del lavoro «di sistema» impostato dal procuratore Gianni Melillo, che ha visto in campo i principali reparti investigativi di carabinieri, polizia e guardia di finanza. Ma torniamo all’ospedale, torniamo alla storia del San Giovanni Bosco, che ha spinto il ministro della Sanità Grillo a chiedere «lo scioglimento dell’ospedale San Giovanni Bosco» (anche se non è chiaro se si riferisca all’Asl Napoli uno o al consiglio di amministrazione del nosocomio di via Briganti). 

Ha spiegato il pentito Teodoro De Rosa: «I direttori sanitari sono sempre stati a disposizione del clan e pronti ad accettarne le imposizioni, anche perché altrimenti rischiavano...». Ma partiamo dai primi atti di indagine. È il tre febbraio del 2013, quando il medico S.P. chiama allarmato Vincenzo Botta, pregandolo di intervenire, nel timore di essere percosso da due soggetti non meglio identificati: «Subito, ma subito, ma non venire solo tu... capito?». Segue rapido consulto tra Vincenzo Boccia e lo zio Angelo (fratello del boss Salvatore), con il camorrista che chiarisce: «’o zio, ha chiamato il medico e ha detto che c’erano due di loro che volevano farlo picchiare». Inutile dire che l’intervento chiesto a viva voce al telefono appare risolutorio, come conferma un pacifico «tutto apposto» pronunciato dal nipote di Angelo Botta. Si scava. Ed emergono sistematici trattamenti di favore riservati a soggetti legati ai Botta, che aggirano liste di attesa, scavalcano ignari pazienti, ottengono esami grazie a medici compiacenti o semplicemente impauriti. Medici collusi firmano certificati falsi, chirurghi e professionisti firmano dimissioni di pazienti morti, sempre e comunque in cambio di soldi. Silenzio, paura, denaro contante. 

Agli atti c’è il caso di Raffaella, figlia del boss detenuto, che ottiene un appuntamento dal dottor B.V., specificando che «il giorno per lei più congeniale è il giovedì». Ed è così che - tempo 24 ore - la ragazza è subito convocata in ospedale, bypassando - scrive il gip - l’ordinaria routine di prenotazione e il pagamento della prestazione. E non è un caso isolato. Scrive il giudice: «Non vi sono dubbi che l’accesso a prestazioni sanitarie specialistiche avvenga seguendo canali non istituzionali e certamente privilegiati, com’è dato dedurre dalla seguente conversazione telefonica, nel corso della quale una donna, tale “Assunta” telefona al solito Angelo Botta, evidentemente accreditato in pubblico come una sorta di centro di prenotazioni per “vip”, chiedendogli di poter eseguire analisi cliniche presso l’ospedale S. Giovanni Bosco.

Ecco il dialogo: “...senti, se vado sotto all’ospedale a nome tuo e mi faccio fare una beta, me lo fanno?...”. Stessa risposta, stesso risultato: «…eh, diglielo...sono la nipote di Angelo…”». Prenotazioni facili, costose visite specialistiche (tra cui risonanze magnetiche) offerte dalla camorra del rione Amicizia. Un filone a parte riguarda l’accesso ai farmaci dell’ospedale, spesso trafugati e rivenduti sul mercato nero e sui mercati internazionali (dove non sempre è necessario la fustella di accompagnamento); ma anche le assunzioni facili di infermieri che entrano a libro paga del clan e che controllano le corsie. Spiega il pentito Giuseppe De Rosa: «Salvatore Botta, alias l’infermiere, era un portantino dell’ospedale San Giovanni Bosco, la comandava lui nel quartiere e nell’ospedale, nel senso che interveniva anche per decisioni riguardanti aperture di reparti dell’ospedale e cose simili, agendo sui sindacati e ostacolando le decisioni della dirigenza. Se qualche sindacalista non obbediva, lui lo mandava a picchiare, come nel caso di Gianfranco De Vita e Giulio Castaldi, ora deceduto».

Scorrono i nomi di affiliati, spunta il ruolo di Giovanna Aieta che controlla - secondo il pentito Teodoro De Rosa - il business dei pazienti morti dimessi come vivi (fino a 500 euro), mentre è Salvatore Botta a capo delle false perizie di incidenti stradali grazie a certificati medici firmati da medici compiacenti. Agli atti i nomi dei professionisti indagati per legami con la camorra, mentre interi reparti sono al centro delle indagini: dalla ditta delle pulizie, alla ex guardiania (sciolta nel 2018), per finire alle pulizie e alla presenza delle croci rosse al Sam Giovanni Bosco. Ora la parola passa al Ministero. 

Ultimo aggiornamento: 27 Giugno, 08:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA