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Vittorio Sgarbi a Paestum: «Pasolini è la reincarnazione di Caravaggio, genio trasgressivo»

Mercoledì 24 Agosto 2022 di Giovanni Chianelli
Vittorio Sgarbi a Paestum: «Pasolini è la reincarnazione di Caravaggio, genio trasgressivo»

«Sostengo che Caravaggio si sia reincarnato in Pasolini». Vittorio Sgarbi è protagonista degli eventi culturali di fine estate in Campania: stasera è al tempio di Nettuno di Paestum dove alle 21 tiene una lectio magistralis su Caravaggio che è accompagnata dalla proiezione di immagini e quadri di Merisi; al centro della lezione c'è il parallelo tra il pittore e Pier Paolo Pasolini. Il 2 settembre il critico d'arte sarà a Minori, nell'ambito di «Gustaminori», per presentare il suo volume Raffaello. Un Dio Mortale (La nave di Teseo), in cui ricostruisce la vita del genio urbinate: «Quello che ha fatto Raffaello è un prolungamento della creazione di Dio».

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Sgarbi, partiamo dalla sua lectio a Paestum: di cosa parlerà?
«Faccio un confronto tra Caravaggio e Pasolini in occasione dei cento anni dalla nascita di quest'ultimo. Ciò che li accomuna, prima di tutto, è la assoluta trasgressione. Poi i soggetti: i ragazzi di vita pasoliniani sono i soggetti di Caravaggio redivivi. Nei romanzi e nei film sembra vedere rinascere il Bacco malato e il Bacco adolescente, il Fanciullo col canestro di frutta e gli altri adorati mascalzoni. Il Seppellimento di Santa Lucia che dall'anno scorso sta a Siracusa, realizzato da Merisi nel 1608, sembra prefigurare la sequenza della morte di P.P.P. Non a caso i due trovano un punto di incontro nello scorso secolo, in un anno in particolare».

Quale?
«Nel 1951 Roberto Longhi, di cui Pasolini fu allievo, organizza a Milano, a Palazzo reale, la prima grande mostra su Caravaggio e i caravaggeschi facendo esistere, definitivamente, Merisi. La fortuna critica del pittore nel mondo è legata moltissimo a questa esposizione. Nello stesso anno Pasolini arriva a Roma e inizia a diventare il più grande intellettuale italiano del 900. Credo che tra loro ci sia un rapporto astorico, sul genere dottor Jeckil e mister Hide, come se la grandezza e la maledizione di Caravaggio fossero confermate e continuate secoli dopo da Pasolini».

Come studioso di Caravaggio la conosciamo, invece che visione ha di Pasolini?

«Il motivo per cui resiste a quasi cinquant'anni dalla morte è che è più vivo di qualunque intellettuale vivente. Sono davvero convinto che sia il Caravaggio contemporaneo. E sono un sostenitore del fatto che sia stato ucciso per motivi esistenziali, non credo al complotto. Ho conosciuto bene Pelosi, il suo assassino, ma al contempo sono amico di Abel Ferrara che invece pensa sia stato ucciso per ragioni politiche».

E su Raffaello cosa dirà?
«Che ha dipinto ogni volta un capolavoro. I pittori tendono a ripetersi, a riprodurre un modello, hanno un archetipo di riferimento. Lui no, ogni volta inventa un'immagine nuova. E Raffaello non è solo Raffaello, è anche Giorgione, è Caravaggio, è Michelangelo, è Parmigianino. Lui è tutto».

Le piace tornare in Campania?
«Per forza, è la regione che insieme alla Sicilia ha più siti e beni culturali. La gestione recente di questo immenso patrimonio è in chiaroscuro, va di pari passo con l'operato di Dario Franceschini come ministro della Cultura. Ha fatto tanto, ma anche cose discutibili. Tra l'altro mi sono trovato diverse volte a confrontarmi con lui: ha accettato consigli e glieli ho dati volentieri, anche se appartiene a uno schieramento politico da cui sono distante».

Su cosa siete d'accordo?
«Sul fatto che bisogna provvedere alla connessione tra cultura e turismo: non può accadere, come succede, che uno vada a Firenze e trovi gli Uffizi senza custodi. È un problema di soldi, capita a Firenze e a Napoli, a Roma come a Venezia: i beni culturali non sono solo un tema della cultura, bisogna trovare altre forme di finanziamento e promozione».

Su cosa siete distanti?
«Sui direttori stranieri dei musei. Io mi sono trovato ad avversare questa tendenza, anche se in certi casi sono stato smentito da alcune esperienze, proprio in Campania le più significative: Sylvain Bellenger a Capodimonte e Gabriel Zuchtriegel a Paestum e a Pompei, sono esempi di direzione illuminata: il primo ha rivoluzionato il sito a partire dal bosco e ha trasformato il museo in un ente di caratura internazionale. Però resto convinto che agli Uffizi non ci possa essere un direttore straniero. Se gli ambasciatori, i prefetti e i magistrati continuano a essere italiani perché non dovrebbe valere lo stesso principio per il museo identitario del nostro Paese?».

Lei resta uno dei pochi, tra politici e uomini di cultura italiani, che quando sbaglia lo ammette.
«Perché sono Vittorio Sgarbi e non ho paura. Anche di sfidare con la mia lista, alle prossime elezioni, in uno dei seggi blindati del Pd, un favoritissimo: a Bologna corro contro Pierferdinando Casini».

E pensa che vincerà?
«Ne sono assolutamente certo». 

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