Intervista esclusiva | Ricordo Bassolino:
«Io, Ciampi e Napoli negli anni ruggenti»

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di Francesco Durante

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«Sono ore particolarmente tristi per Napoli. Se n'è andato Ermanno Rea, autore di libri bellissimi, due dei quali indimenticabili come Mistero napoletano e La dismissione. E subito dopo è toccato a Luciano D'Alessandro, grande fotografo, originalissimo interprete di Napoli in bianco e nero. E ora ci ha lasciato anche Carlo Azeglio Ciampi. La sua è la scomparsa di un grande cittadino onorario di questa città. Di una persona che veramente ha fatto tantissimo per Napoli e alla quale devono sempre tornare la nostra gratitudine e i nostri pensieri più affettuosi».
Antonio Bassolino è il napoletano che, per un periodo molto significativo della propria vita, ha intrattenuto con Ciampi il rapporto più fecondo. Il motivo è semplice: «Ciampi è stato il principale protagonista della più importante scelta fatta per Napoli negli ultimi decenni».

Stiamo parlando del G7, naturalmente.
«Sì, anche se sarebbe meglio chiamarlo G8, perché già quella volta la Russia si unì ai sette grandi».
Fu Ciampi personalmente a volere che il vertice si tenesse a Napoli.
«Certo. E a me accadde di essere il primo a sapere di questa sua decisione».
Ci racconti come andò.
«Ricordo tutto benissimo. Era la primavera del 1993, e stavamo attraversando uno dei periodi più duri della storia di Napoli. Ero membro della segreteria nazionale del PDS e da pochi giorni ero stato nominato commissario a Napoli, perché nella città il partito attraversava una crisi drammatica. Achille Occhetto mi chiese di tornare in Campania, e io naturalmente accettai».
E Ciampi?
«Ciampi era il presidente del Consiglio, e in quel momento cercava qualcuno che potesse illustrargli la situazione di Napoli. Si rivolse ad Occhetto, e Occhetto lo consigliò di parlarne con me. Fui convocato e avemmo un lunghissimo colloquio su tutti i principali problemi della città. A un certo punto mi guardò dritto negli occhi e mi disse: sei la prima persona con cui ne parlo, devo andare al vertice di Tokyo e lì vogliono che sia io a indicare in quale città italiana tenere il G7 dell'anno venturo. Per la mia grande sorpresa, aggiunse: ho pensato che si potrebbe farlo a Napoli, ma sappi che non l'ho ancora detto a nessuno».
E lei come reagì a questa notizia?
«Dissi: accidenti, è un'idea bellissima... Ma non potei fare a meno di notare che la situazione in città era molto complicata....»
Erano i tempi di tangentopoli.
«C'erano un sacco di problemi. Ma Ciampi fece un ragionamento molto acuto. Mi disse che, proprio perché la situazione era particolarmente difficile, dovevamo correre un rischio. Disse che ne sarebbe valsa la pena, e che Napoli aveva bisogno di affrontare una grande sfida».
E a quel punto la convinse.
«Se è per questo, mi aveva già convinto. Così gli risposi: presidente, la penso esattamente come lei. E aggiunsi che avremmo cercato di fare il possibile per cambiare la situazione da lì all'anno dopo. Il bello è che non potevo immaginare neanche una parte di tutto quello che sarebbe successo nel giro di pochi mesi».
Rifacciamo la cronistoria di quel periodo cruciale.
«Ci fu la terribile estate dell'acqua marrone e del latte infetto. E della politica che s'era ormai dissolta. Ci toccò portare avanti una battaglia per lo scioglimento del consiglio comunale di Napoli, perché ormai la città era ingovernabile. Ma alla fine il ministro dell'Interno Nicola Mancino firmò il decreto di scioglimento, per ragioni di ordine pubblico. Era la prima volta nella storia. E così si andò alle elezioni, e come lei sa fui eletto sindaco io».
A quel punto i rapporti con Ciampi ripresero con lena ancora maggiore, suppongo.
«Non soltanto io, ma anche i miei principali collaboratori, in particolare la vicesindaca Ada Becchi Collidà, gli assessori all'urbanistica Vezio De Lucia, al personale Scipione Bobbio e alle infrastrutture Riccardo Marone mantennero continui rapporti con la presidenza del Consiglio, proprio perché il G7 incombeva. Avevamo a disposizione soltanto sei mesi: io ero diventato sindaco il 5 dicembre e il G7 doveva incominciare ai primi di luglio».
Immagino che non furono mesi facili.
«C'era da fare un lavoro enorme, e bisognava farlo restando in continuo contatto con la presidenza del consiglio. Si scelse di puntare sul restauro, dalle piazze ai monumenti, ma più ancora sul coinvolgimento della città. E debbo dire che questa, alla fine, fu la nostra vera arma segreta».
In che senso?
«Nel senso che a mano a mano che i lavori andavano avanti si andò anche creando un clima estremamente favorevole. Ciampi aveva avuto fiducia in Napoli, e dopo le elezioni la città riacquistò fiducia in se stessa. Si instaurò un clima che fece poi succedere le cose buone che successero. Napoli si riappropriò un orgoglio che aveva forse perduto, e io penso che, alla fine, fu veramente la città che, tutta insieme, seppe costruire il G7. Me lo ricordo bene: ogni mattina mi recavo a piazza del Plebiscito per controllare l'avanzamento dei lavori, e i pensionati seduti lì attorno, a piazza Trieste e Trento, che vigilavano anch'essi su quel grande cantiere, facevano quasi a gara per informarmi su ogni dettaglio».
La si direbbe una forma di partecipazione civica.
«E questo stesso clima fu quello che respirammo anche durante il G7. E, del resto, badi bene che nessuno dei vertici successivi a quello di Napoli si tenne, come il nostro, nel pieno centro della città».
Giorni indimenticabili.
«E chi se li può scordare... Bill Clinton che ai Tribunali mangia la pizza piegata a libretto, e François Mitterrand che sottobraccio a me viene a passeggio per tutto il centro storico... Magnifico. Eppure ci fu una cosa strana».
Quale?
«La cosa strana era che Ciampi, che di tutto questo era stato il vero artefice, non era più presidente del consiglio. Al suo posto c'era Silvio Berlusconi, con il quale, peraltro, ebbi fin da subito un rapporto di piena collaborazione istituzionale, sia durante il G7 sia dopo».
Certo, sarebbe stato bello se anche Ciampi fosse stato presente.
«Cercai in tutti i modi di convincerlo a venire a Napoli, però non ci fu verso. Da gran signore, mi disse: non insistere, non sarebbe giusto, ora tocca a Berlusconi; state collaborando bene e non posso venire anch'io. Io comunque continuai a informarlo di tutto, finché, dopo l'estate, lo invitai a Napoli per conferirgli la cittadinanza onoraria al Maschio Angioino».
Ne fu felice?
«Posso dire che ne fu davvero felice. Come, in seguito, ne fu felice Oscar Luigi Scalfaro. Un livornese, ex presidente del consiglio e futuro presidente della Repubblica, e un piemontese, ex presidente della Repubblica, tutti e due cittadini onorari di Napoli».
Ma, cittadinanza onoraria a parte, quale era il rapporto che Ciampi aveva con Napoli?
«Era un rapporto piuttosto stretto. Tanto che, per esempio, mentre non aveva incarichi istituzionali, venne a passare a Napoli il Capodanno 1995-96. Quella volta Annamaria e io stemmo a cena con lui e con la signora Franca a Santa Lucia, e poi andammo tutti insieme in piazza Plebiscito a vedere i fuochi d'artificio. Poi, quando fu eletto presidente della Repubblica, capitò spesso di vedersi non soltanto a Villa Rosebery, ma anche in varie pizzerie dove gli piaceva molto andare, da Santa Brigida a piazza Municipio».
E inoltre vi è capitato di sedere nello stesso governo.
«Siamo stati entrambi ministri, io del Lavoro e lui del Tesoro, nel governo D'Alema. Era appena caduto il governo Prodi, e a me era chiaro che la soluzione più logica sarebbe stata quella di andare a nuove elezioni. Ma Scalfaro non ne volle sapere. Io ero un po' incerto sulla proposta di andare al ministero, ma fu proprio Ciampi a telefonarmi per spronarmi a partecipare al governo. Ero sindaco di Napoli e gli risposi: ma come faccio? E lui: fai come fanno in Francia, dove i sindaci delle grandi città sono spesso coinvolti in incarichi di governo nazionali».
Fu dunque lui a convincerla?
«Beh, sì e no. Dissi prima a lui e poi a D'Alema che sarei rimasto al governo per sei mesi, dopodiché tornai a fare il sindaco».
Se dovesse definire il legame di Ciampi con Napoli, o insomma il motivo per cui questa città gli stava così a cuore, come lo riassumerebbe?
«Ciampi aveva un solido rapporto con la cultura liberale napoletana, oltre che con tante figure della nostra città, da Franco Casavola ai Leonetti, dai Barracco al rettore Fulvio Tessitore. E poi, naturalmente, con Giorgio Napolitano, che stava a Roma ma che in diverse occasioni venne a Napoli insieme con lui».
Che cosa gli piaceva di più di Napoli?
«Il suo essere stata una grande capitale culturale internazionale. Una città-mondo. La sua scelta del G7 derivò proprio da questa convinzione. Era persuaso che quello fosse il modo migliore per rilanciare Napoli e risvegliarne lo spirito internazionale. Ben sapendo che la cultura era la principale risorsa a disposizione».
Sabato 17 Settembre 2016, 08:46 - Ultimo aggiornamento: 17-09-2016 15:37


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