I ricordi di Renato Thomas:
«Vita da chiurgo
sognando di fare il dj»

di Maria Chiara Aulisio

Per duecento lire, il bidello gli dava in prestito un femore, un teschio e una scapola, da riportare in laboratorio entro e non oltre una settimana. Erano gli anni dell'università e Renato Thomas, che sin da bambino aveva sognato di fare il chirurgo, era sempre puntuale nella restituzione dei resti. Quelle ossa erano indispensabili per superare l'esame di anatomia che, come gli altri, studiava in tandem; il suo era con l'amico Giuseppe Sciaudone, compagno di banco e di vita. Ricordi indelebili: lo studio di migliaia di pagine lette e rilette senza tregua, l'aula Bottazzi dove si seguivano le lezioni di chimica avvolti nel fumo di decine di sigarette, le prime volte in sala settoria dalla quale tutti scappavano tranne lui. 



Studente coraggioso.
«Devo ammettere che non ho mai avuto problemi. Quando si entrava in quella stanza, gelida e cupa, qualcuno sveniva, altri scappavano... io invece niente, mi mettevo subito al lavoro. Sarà stata la grande passione per la medicina, ma neanche quei cadaveri riuscivano a farmi impressione».

Il sano cinismo dei medici.
«Ero piccolo e con mio fratello facevo già esperimenti sulle lucertole, per capire come erano fatte».

Perfido.
«I bambini sanno essere molto crudeli; nel mio caso però ero anche mosso da una vera e propria curiosità scientifica. Mio fratello le anestetizzava con il DDT, e io le operavo. Quando fatalmente morivano, la colpa la davo sempre a lui che aveva sbagliato l'anestesia».

Un futuro già segnato, insomma.
«La prima a crederci fu mia nonna Cristina, donna straordinaria alla quale ero molto affezionato. Mi diceva sempre che da grande avrei dovuto fare il medico. E, se pure avessi avuto qualche dubbio, a farmelo passare ci avrebbero pensato i miei due compagni di classe: Giuseppe Sciaudone e Alfredo Fusco. Facevamo tutto insieme, dallo studio alle vacanze, loro volevano iscriversi a medicina e lo davano per scontato che lo avrei fatto anch'io».

Un trio inscindibile.
«Compagni di studio dalla scuola elementare. Giuseppe oggi è uno psichiatra, mentre Alfredo è titolare della cattedra di Patologia generale al Policlinico».

Il più bravo dei tre?
«Alfredo, senza dubbio. A un certo punto ci mollò e iniziò a studiare da solo. Stargli dietro era un'impresa, riusciva a leggere un libro intero in pochissimo tempo e ricordare tutto. E come facevi a seguirlo? Impossibile. Dopo la laurea in medicina, visto che gli piaceva l'economia, si laureò pure in quello. L'unica cosa che non sapeva fare era guidare la macchina». 

Lei invece continuò a studiare con Sciaudone?
«Per colpa sua rischiai, o meglio rischiammo, l'arresto».

E perché?
«Era una di quelle volte in cui per 200 lire ci eravamo fatti prestare femore, teschio e scapola dal bidello dell'università. Prima di tornare a casa, Giuseppe si ricordò che doveva passare in questura a ritirare il passaporto. All'ingresso ci fermarono gli agenti, vollero sapere dove stavamo andando e poi, naturalmente, cosa c'era in quel pacco che portavo sotto al braccio. Non fu facile convincerli che erano ossa umane di proprietà dell'università, e che ci servivano solo per studiare. Omettemmo di raccontare del bidello e del prestito abusivo di resti che faceva».

Bella coppia, lei e il suo amico.
«Lo coinvolsi anche quando, sempre negli anni dell'università, decisi che volevo fare il deejay. Era estate, mi chiesero di andare a mettere i dischi in un locale di Pescasseroli. Avevano bisogno anche di un barman».

Sciaudone, naturalmente.
«E certo. Ma io i cocktail non li so fare disse. Nun te preoccupà - risposi - me la vedo io».

E cosa fece?
«Accettai il lavoro per tutti e due, e gli comprai un libro sui cocktail. Me lo ricordo ancora: lo teneva sotto al bancone e quando gli chiedevano un drink, cercando di non farsi vedere, prendeva il libro e ne leggeva la preparazione. Che risate. Ci divertivamo molto e guadagnavamo anche un po' di soldi». 

Mettendo dischi e preparando cocktail?
«Per la verità, feci anche di più. Nel 1974 adocchiai un locale a San Martino e lo trasformai in discoteca. Scelsi pure il nome: Fragile. Esiste ancora, ma oggi si chiama Portopalos».

Come faceva a conciliare l'attività del night con quella universitaria, cui - considerati i risultati - deve essersi dedicato sempre con grande dedizione?
«Durante la settimana si studiava, direi effettivamente con profitto. Nel weekend invece ci dedicavamo al night, anche lì con ottimi risultati, si guadagnava molto bene. Alla fine però lo cedemmo, stava diventando troppo impegnativo, e io volevo fare il medico, non il dj. Senza contare che coltivavo pure altre passioni alle quali non mi andava di sottrarre troppo tempo».

Di quali altre passioni parla?
«Lo sport e la lettura. Quando ero bambino, conservavo i soldi per comprare libri. A due passi da casa, in viale Augusto, c'era la libreria Pironti, il mio paradiso. Mi presentavo lì, piccolo piccolo, con le tasche piene di monete, sceglievo un libro e poi contavo gli spiccioli sperando bastassero a comprarlo. Ma sapevo che la signora Pironti me lo avrebbe dato ugualmente, anche se non ce l'avessi fatta con i miei risparmi».

I suoi libri preferiti?
«Ho letto davvero un po' di tutto. Sono un appassionato di storia, sui Templari credo non mi manchi niente. Mentre ho appena finito San Pietro di Alberto Angela, un viaggio senza pari nella storia, che svela anche vicende poco note e curiosità inedite».

Ha parlato di sport.
«Al ginnasio scoppiò la mia passione per il canottaggio - sport che cominciai a praticare anche con discreti risultati, arrivando in Nazionale juniores e vincendo molte medaglie. Fu un'esperienza di vita straordinaria, il canottaggio mi ha insegnato a resistere, a non mollare mai. Le gare si vincono negli ultimi 200 metri, quando ormai sei sfinito e invece devi andare ancora più forte. Un allenamento che ho portato con me in sala operatoria e che mi consente di lavorare al meglio».

Quante ore passa al tavolo chirurgico?
«Non le conto neanche più. Dall'ospedale Pascale alla Clinica Mediterranea - dove dirigo il polo senologico che si occupa di diagnosi e cura delle patologie mammarie - saranno centinaia. Senza contare quelle da volontario, sia al Pascale sia al Cardarelli, dove andavo a lavorare due pomeriggi e una notte a settimana. Erano gli anni Ottanta, una palestra straordinaria... ricordo che più di una volta ci trovammo intorno al tavolo operatorio con gli agenti, pistola in pugno, con gli occhi puntati sul paziente».

Armati, in sala operatoria?
«Accadeva quando operavamo affiliati alla camorra. Gli investigatori temevano che il clan rivale potesse mandare i killer a ammazzarli durante gli interventi. La notte era spesso un inferno: i feriti arrivavano uno dopo l'altro. Tutti sparati. Non potrò mai dimenticare la volta che arrivò un uomo colpito da una raffica di mitra. Lo salvammo. Fu un miracolo. E non l'unico». 
Sabato 16 Giugno 2018, 13:02 - Ultimo aggiornamento: 8 Settembre, 11:00
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