In ricordo di Franco e Maria Luisa Imposimato

di Giuseppe Imposimato*

Era l’undici ottobre 1983 quando, all’uscita dal lavoro, Franco Imposimato fu vittima di un agguato mortale mentre era assieme alla moglie Maria Luisa, impiegata con lui alla Face Standard. Si trattò di una terribile vendetta contro il fratello Ferdinando, giudice istruttore di importanti processi, tra cui quello sull’omicidio di Aldo Moro. Dopo 17 anni, per l’omicidio di Franco Imposimato furono condannati all’ergastolo Pippo Calò, Vincenzo Lubrano, Antonio Abbate e Raffaele Ligato.

Ma quella che vorrei oggi tratteggiare è la figura di Franco Imposimato artista, uomo buono e generoso, cittadino esemplare divenuto “eroe” per la solidità dei propri principi di vita.

Franco aveva sacrificato la prima parte della propria giovinezza in un paese lontano, il Sudafrica, ove era andato a 15 anni, non solo per studiare, ma anche per lavorare e mandare ogni mese alla famiglia i soldi necessari a permettere ai fratelli Ferdinando e Michelino di continuare gli studi superiori. C’era l’apartheid a Johannesburg: il razzismo offendeva i suoi convincimenti più profondi tanto da spingerlo a tornare in Italia dopo 7 anni.

Franco era un bravissimo disegnatore: la sua mano era guidata dall’amore viscerale per la sua città e quando la rappresentava cercava di “purificarne” l’immagine eliminando qualunque cosa ricordasse la modernità. Ritraeva l’anima di Maddaloni, la Maddaloni di un tempo che oggi non c’è più.

Come ricorda La dott.ssa Maria Rosaria Rienzo, Direttrice del Museo civico, Franco ha saputo illustrare con grande maestria ogni angolo della città: dai vicoli ai giardini, dai balconi lavorati alle case a corte, dalle edicole dimenticate agli stucchi dei palazzi antichi.

Insieme al Professore Guido Napolitano, fu fondatore del Gruppo Archeologico Calatino: l’obiettivo era sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti del grande patrimonio archeologico e proteggerlo dagli speculatori, dall’incuria e soprattutto dall’oblio.

Con la stessa passione si dedicava alla salvaguardia dell’ambiente, in particolar modo per salvare i Colli Tifatini dallo scempio delle cave: scempio che, purtroppo, nel tempo è continuato con danni irreparabili.

Franco e Maria Luisa lavoravano alla Face Standard, una delle grandi industrie manifatturiere che c’erano a Maddaloni, sorta alla fine degli anni ’60: la fabbrica arrivò a occupare anche 1.200 dipendenti. Molti di questi erano semplici conoscenti, altri sono diventati veri e propri amici fraterni: le loro testimonianze hanno acquistato col tempo valore inestimabile, avendo portato dentro ognuno di loro un po' di Franco e della sua vita quotidiana.

Franco Imposimato e tutte le vittime innocenti non devono essere solo un nome ma devono continuare a vivere anche con la propria storia. E’ necessario che nessuna vittima dell’ingiustizia diventi un nome senza storia: per questo è indispensabile conoscere quale vita ha vissuto ognuna di queste vittime, quali passioni, quali ideali hanno animato quella vita. Il loro ricordo deve essere esempio per le giovani generazioni perché queste tragedie non accadano mai più.

Allo stesso tempo, però, se è vero che noi familiari delle vittime abbiamo un obbligo morale di interpretare il ruolo di testimoni diretti, dall’altro si deve avere più rispetto, attenzione, sensibilità per chi mette a nudo il proprio dolore e la propria sofferenza. Non a caso molti familiari rivendicano una maggiore attenzione da parte dello Stato, storie di dolore che, a distanza di anni, ancora attendono giustizia e che spesso trovano il più grande ostacolo proprio nelle istituzioni.

In questi anni la memoria di Franco mi ha portato a sviluppare dentro di me ancor di più il concetto di impegno, soprattutto nei confronti dei più piccoli. Oggi possiamo constatare, purtroppo, una tendenza al ribasso dell’età dei bambini variamente occupati nelle aziende criminali: sono sempre più piccoli, sempre più invischiati, plasmati, compromessi e derubati dell’infanzia e, soprattutto, sono sempre di più. Per questo il nostro compito oggi è diffondere l’idea, l’indicazione che non è questa la vita che li attende, ma quella della normalità nell’essere felice, giocare, studiare, leggere.

Grazie all’Associazione Libera, alla Fondazione Po.Li.S. e alla caparbietà di mio fratello, in questi anni ho visitato tantissime realtà come associazioni di volontariato, cooperative che operano con e per i più deboli e soprattutto scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari alle medie e superiori, tant’è che qualcuno ci ha definito, non so se in termini polemici o altro, i nuovi educatori alla legalità. Ho avuto modo di conoscere contesti incredibili, meravigliosi, molti se non quasi tutti immersi in condizioni difficili, dove insegnanti e semplici cittadini lottano quotidianamente per assicurare un futuro dignitoso ai nostri ragazzi.

A questi ultimi mi piace ricordare sempre le parole di Antonino Caponnetto: “La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa”. Queste sono e saranno sempre un messaggio di fiducia piena verso le nuove generazioni, convinto, come Lui, che i giovani onesti debbano occuparsi di politica, non lasciando la stessa al dominio dei disonesti, spinto dall’idea che bisogna sempre parlare della criminalità portando loro un messaggio di legalità e giustizia.

Circa un anno fa lessi un articolo intitolato: “Ndrangheta, i boss scrivono al giudice: toglici i nostri figli, forse saranno salvi”. Molti mafiosi si rivolgevano al Presidente del Tribunale dei minori Roberto Di Bella perché allontanasse i ragazzi dalla Calabria. Uno di questi, condannato in primo grado all’ergastolo per omicidio e sottoposto al regime del 41 bis scriveva: “…Scrivo da padre, un padre che soffre per il proprio figlio. Solo allontanandolo da questo ambiente il mio bambino avrà un futuro migliore. Se avessi avuto io le stesse possibilità forse non sarei dove sono ora. Decida Lei e stia tranquillo che, visto il mio passato e presente, non farei mai qualcosa che possa influire o danneggiare la vita di mio figlio. Io voglio soltanto il suo bene e mi impegnerò con tutte le mie forze a rispettare le prescrizioni che mi impartirà per il futuro”.

Porto con me sempre l’esempio di questo padre, perché più di ogni altro può far capire veramente che l’impegno è volontà di cambiamento, di conversione e di vita nuova.

Impegno e memoria sono il seme della nuova speranza.


*Figlio di Franco Imposimato
Lunedì 15 Ottobre 2018, 10:37
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