La giornata internazionale contro la violenza contro le donne per non rassegnarsi

di Anna Costanza Baldry*

Un altro anno è passato. Un altro 25 novembre in arrivo per ricordare la giornata internazionale contro la violenza contro le donne. Ormai sono diversi anni che è consuetudine ricordare con molti eventi, iniziative, articoli, convegni, speciali tv che la violenza contro le donne esiste, quali sono i numeri, quali sono le conseguenze, possibili cause, possibili soluzioni.

Tutti gli anni numeri simili, sì numeri simili soprattutto quando riferiti alle donne uccise. Una o due in più o in meno rispetto all’anno precedente, o a quelli ancora precedenti ci dice una sola cosa: che la violenza contro le donne continua ad esistere e persistere. Come se gelosamente la si tenesse radicata nelle nostre società e culture per ricordarci il ‘peccato originale’ e quindi la ‘punizione’ perpetua del solo fatto di essere di genere femminile. La nostra è una cultura ancora fortemente resistente a una cultura basata sul rispetto delle differenze del genere uomo-donna e valorizzazione di queste differenze, in un’ottica della parità di genere. Tante battaglie, tante esternazioni di indignazioni e di riconoscimento della violenza contro le donne come una forma pandemica di sopraffazione e dominio. Quindi che fare di fronte a questa constatazione? Rassegnarci? Non penso sia una questione di rassegnazione. Ma di decidere se ritenere la violenza contro le donne un’emergenza stagionale, epocale, una moda, un’esagerazione, un problema di sicurezza pubblica o altro. Guardando ai fatti di cronaca, studiando, facendo ricerca, parlando con tante tantissime donne vittime ma anche con qualche perpetratore mi rendo conto che ciò che c’è di diverso adesso che può costituire una speranza per rendere il mondo un posto meno ostile per le donne, per molte, per alcune donne è la consapevolezza che tutti e tutte, e non solo gli addetti al settore, possono e dovrebbero essere responsabili del cambiamento. Una donna uccisa non è solo un lutto e un trauma per quella famiglia o per quegli orfani che hanno perso la loro cara in modo contro natura, insensato, immotivato; è una perdita e un costo per tutti quanti noi. E’ infatti indice di un fallimento, ovvero di una incapacità da parte di uno Stato, rappresentato dalle sue leggi, e da chi le mette in atto e da tutti i suoi cittadini e cittadine di tutelare le donne. Donne generatrici di vita, di idee, di saperi, di capacità, di creatività, di pace, di bellezza, di genialità, di passioni, di emozioni; questo sono le donne.

Se non viene naturale a uno Stato e a chi lo rappresenta e ai suoi cittadini garantire la tutela dei diritti delle donne, la loro protezione, e tutela, aiutiamolo a porre rimedio, fino a che c’è ancora tempo, fino a che si riconosca che la rivoluzione copernicana del XXI secolo sarà ottenere un mondo senza la violenza, e in particolare senza la violenza contro le donne, causa di povertà, di malattie, di costi sociali elevatissimi. L’essere umano è riuscito a creare invenzioni perfette, ha raggiunto livelli di tecnologia e conoscenza incredibili, sofisticatissimi, utilissimi. Ma una cosa così antica, profonda, nota, studiata come la violenza contro le donne, a questa piaga a questo problema creato e voluto da individui che sono facilitati da una cultura che o li supporta o non li disincentiva una soluzione non si è raggiunta.

Ecco. Poche cose e semplici, che possiamo applicare tutti i giorni. Altre cose stanno a chi ci governa, a chi decide dove investire, dove e come crescere come Stato, come sua cittadinanza.

E’ un dato di fatto che 8 donne su 10 uccise in Italia erano già state sottoposte dai loro aguzzini a continui soprusi, intimidazioni, aggressioni vere e proprie. E’ quindi un dato di fatto che se vogliamo in Italia eliminare il femminicidio e arrivare a quota zero per il 2030 (tenendoci larghissimi), bisogna correre, correre ai ripari e capire non solo se quello che si dice essere stato fatto è servito, ma cosa invece davvero bisogna affrontare.

Riforme delle leggi e delle politiche di contrasto alla violenza alle donne

Negli ultimi 20 anni molte azioni sono state fatte in Italia, con cambiamenti normativi importanti, che da una parte hanno inasprito le pene, dall’altra hanno aumentato il numero e il tipo di strumenti a disposizione degli inquirenti e degli investigatori. Hanno aumentato il numero di luoghi ove le donne che hanno subito violenza possono rivolgersi per essere aiutate; hanno cominciato a mettere a punto programmi di recupero per gli autori della violenza, a promuovere programmi di prevenzione fra i giovani e giovanissimi. Tutte risposte importanti, ma non sufficientemente incisive. Manca il coordinamento; a volte manca la volontà di coordinamento, anche politico oltre che normativo e istituzionale. Troppo spesso, come accade anche in medicina, malgrado i nuovi strumenti e la forte specializzazione, questi da soli non bastano. La segmentazione della trattazione di un problema fa perdere di vista il problema in tutto il suo insieme e quindi si perdono di vista i rischi nella loro complessità e interazione. Solo attraverso un linguaggio condiviso e comune, si raggiungono obiettivi nel reale interesse della vittima. Lentezze burocratiche o procedurali, distrazioni, mancanza di competenze adatte per la trattazione di questi casi sono tutti fattori che contribuiscono al perpetrarsi della violenza, alla sua reiterazione ed escalation.

Il Governo dovrebbe anche:

(a) Continuare a promuovere campagne di sensibilizzazione;

(b) Valutare scientificamente le procedure adottate sia per la prevenzione sia per la protezione;

(c) Raccogliere dati in maniera costante e continuativa, supportando la ricerca per individuare cosa funziona e su cosa devolvere le risorse, senza spinte ideologiche;

(d) promuovere una cultura del rispetto, della responsabilizzazione collettiva che investa tutta la cittadinanza per aiutare a togliere alla violenza contro le donne quella coltre pesante che è l’isolamento, il silenzio e la stigmatizzazione che la alimentano e ne permettono la sopravvivenza.

L’elenco potrebbe continuare a lungo e le buone prassi e idee non esaurirsi nello spazio di un articolo. Ma quello che quest’anno vogliamo evidenziare è che non è fondamentale la quantità delle azioni ma come ci poniamo di fronte al problema della violenza contro le donne e quanto seriamente riteniamo sia responsabilità compito di tutti fare la propria parte.

Chi vuole sapere di più di studi, iniziative ricerche può consultare www.sara-cesvis.org

* Ufficiale al Merito della Repubblica per il contrasto alla violenza sulle donne, componente Comitato Scientifico Fondazione Polis;
Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli

 
Lunedì 20 Novembre 2017, 15:22 - Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 11:26
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti

QUICKMAP