«Mio figlio Alberto, un ragazzo normale ucciso per trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato»

di Bruno Vallefuoco*

Alberto, mio figlio, aveva 24 anni. Era un ragazzo normale. Come tanti. Come i suoi amici Rosario Flaminio e Salvatore De Falco.Tutti e tre frequentavano un corso di formazione presso il Pastificio Russo di Pomigliano d'Arco.

Il 20 luglio di venti anni fa, usciti per consumare un caffè durante la pausa pranzo, furono scambiati per affiliati di camorra e massacrati a colpi di kalashnikov. I responsabili sono stati tutti individuati, sottoposti a processo e condannati.

Tante volte in questi venti anni ho sentito l'espressione “uccisi perché trovatisi al posto sbagliato nel momento sbagliato”. Nulla di più falso. Alberto, Rosario, Salvatore, tutti gli innocenti colpiti dall'assurda e ingiustificabile violenza criminale si trovavano al posto giusto nel momento giusto. Chi svolgeva il proprio lavoro, chi trascorreva una serata con gli amici, chi era in compagnia della propria famiglia. Tutte persone perbene a cui sono stati sottratti sogni e aspirazioni. In una parola, il futuro. A trovarsi nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, al contrario, erano i loro killer. Occorre ribadirlo sempre.

Reagire alla perdita di un figlio è di per sé complicato. Ancor di più se la morte è generata da una mano violenta. Il nostro vocabolario è ricco di termini e di significati. Eppure non esiste ancora una parola per esprimere la sopravvivenza di chi perde un figlio. Esiste l'orfano, il vedovo. Ma non c'è modo di “classificare” un genitore che vive il dolore generato dalla perdita di un figlio. E' tutto così innaturale e spietato.

Eppure, un senso alla mia sopravvivenza ho voluto darlo. Attraverso l'impegno nell'associazione Libera e nel Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità, i cui rappresentanti siedono di diritto nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione Polis per portare avanti, tutti uniti, le istanze e le battaglie a tutela dei familiari delle vittime. Attraverso la memoria del sacrificio di Alberto, che racconto nelle scuole, nelle parrocchie, nelle associazioni, nei circoli, negli istituti penitenziari minorili. Mi piace rivolgermi soprattutto ai giovani, perché è su di loro che dobbiamo agire per sperare in un futuro in cui ciò che è accaduto alla mia e a tante, troppe famiglie non accada ad altre.

Più di una volta ho avuto modo di dire che l'uccisione di una persona cara è paragonabile all'attentato alle Torri Gemelle. All'improvviso crolla tutto. Eppure, Alberto continua a vivere. Lo fa attraverso il culto della memoria, come esperienza di un dolore condiviso. Lo fa attraverso lo stadio di Mugnano a lui intitolato, il presidio di Libera che hanno dedicato a lui, Rosario e Salvatore, come la cooperativa A.R.S. che gestisce un terreno confiscato alla camorra a Casalnuovo e tre strade della città di Pomigliano d'Arco. Alberto continua a vivere attraverso la mostra NONINVANO. Ora che gli anni della sua assenza fisica si avvicinano a quelli della sua breve esistenza, Alberto continua ad essere fortemente presente attraverso il mio impegno sociale. Questa è la mia risposta a un dolore che nemmeno il nostro ricco vocabolario riesce a spiegare. Perché Alberto aveva appena 24 anni. Alberto, mio figlio.

*Papà di Alberto Vallefuoco, ucciso insieme a Rosario Flaminio e Salvatore De Falco il 20 luglio 1998
Lunedì 16 Luglio 2018, 09:52
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