L’esecutivo rosso-giallo al bivio, i dem: se si perde rischio crisi

Domenica 26 Gennaio 2020 di Alberto Gentili
L’esecutivo rosso-giallo al bivio, i dem: se si perde rischio crisi

Questa sera, comunque vada a finire, nulla sarà più come prima. A dispetto di Giuseppe Conte, impegnato da giorni a ripetere assieme ai ministri e ai leader rosso-gialli che «il voto in Emilia Romagna non avrà ripercussioni sul governo», le elezioni nell’ultima vera Regione Rossa avranno una valenza politica dirompente. L’ha capito Matteo Salvini, che sulla via Emilia ha investito tutta la sua potenza di fuoco e si prepara a dare la spallata all’esecutivo in caso di vittoria. L’ha compreso Giorgia Meloni che già si dice pronta a citofonare a Conte, per lo sfratto. Ed è chiarissimo ai dem, che in Emilia Romagna si giocano tutto.

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Nel Pd l’allarme è alle stelle. Stefano Bonaccini e Lucia Borgonzoni sono dati sul filo ed è probabile che questa notte sarà un lungo testa a testa. «E se alla fine dovessimo perdere in casa», sospira un ministro del Pd, «avendo dalla nostra il candidato migliore possibile per i suoi 5 anni di buongoverno e contro l’avversaria migliore possibile vista la sua impalpabilità, vorrebbe dire che Salvini ha in mano l’Italia. Ebbene, a questo punto Zingaretti probabilmente non reggerà e dovrà dimettersi e per il governo sarà indispensabile una verifica seria, perché è vero che la maggioranza del Parlamento non vuole le elezioni anticipate, ma è anche vero che il Pd se restasse in un governo paralizzato rischierebbe di fare la fine dei socialisti francesi: estinguersi».

Ecco il vero nodo in caso di sconfitta: il caos che si innescherebbe nel Pd che, come hanno dimostrato questi quattro mesi di governo, è il più sincero alleato di Conte e il pilastro portante dell’esecutivo rosso-giallo. Tanto più ora che i 5Stelle, con le dimissioni di Luigi Di Maio da capo politico, sono entrati in una lunga fase congressuale. E con Matteo Renzi che è considerato dai dem «una mina pronta a esplodere». 

«E se i grillini e Renzi non dovessero accettare un’intesa chiara e solida sulla nuova Agenda», dice un altro ministro dem, «sarebbe meglio andare subito a votare con Conte nostro alleato. E’ vero, l’Italia finirebbe molto probabilmente nelle mani di Salvini, ma è anche vero che mica possiamo fare harakiri all’infinito solo per evitare questo epilogo. Anche Franceschini sarebbe d’accordo...».

«Tanto più», aggiunge un alto esponente dem, «che non è da escludere che possa essere proprio Di Maio a staccare la spina, d’accordo con il capo della Lega...». 
Insomma, nessuno nel Pd vuole le elezioni, ma lo stato maggiore dem potrebbe puntarci se «fosse acclarata un’impraticabilità del campo». «Del resto sarebbe molto difficile», aggiunge un altro ministro, «provare a cambiare premier e proporre Franceschini per palazzo Chigi: dopo aver perso in Emilia non ne avremmo titolo».

L’ALTRO SCENARIO<QA0>
Tutto diverso il discorso in caso di vittoria di Bonaccini. Conte si rafforzerebbe, Zingaretti e l’ala governista dei 5Stelle pure e Renzi «diventerebbe marginale, tanto più che avrebbe tutto l’interesse a partecipare al carosello delle nomine e ad avere il tempo per costruire il suo partito».

Si andrebbe, in altre parole, a «una verifica seria». E a un patto di governo che, tra referendum sul taglio dei parlamentari, nuova legge elettorale, sforbiciata alle tasse con la riforma dell’Irpef il prossimo anno, «potrebbe tranquillamente arrivare al 2023, eleggendo qualche mese prima il nuovo capo dello Stato». Probabilmente con il sostegno di alcune frange di Forza Italia e di “responsabili” accasatisi nel gruppo Misto di Camera e Senato.
A maggior ragione sarebbe il Pd, uscito vincitore dalla madre di tutte le battaglie, a dare le carte. Zingaretti già l’ha detto: «Saremo esigenti, il governo andrà avanti se lavora». Tradotto: i 5Stelle e Renzi dovrebbero smetterla di «fare i guastatori».

E si dovrebbero allineare sui dossier che contano, a cominciare dalle concessioni autostradali, la riforma del processo penale (inclusa la prescrizione), lo “scudo” per l’ex Ilva, la lotta all’evasione fiscale.
Questa notte si capirà. Anche se, a dispetto degli eventuali tormenti dem, sempre e comunque sarà forte in Parlamento il fronte anti-elezioni. Tant’è che c’è perfino chi parla di «governo istituzionale». Sergio Mattarella però l’ha fatto sapere da tempo: dopo Conte ci sono solo le urne.

 

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