Italia isolata sulle nomine Ue

Sabato 8 Giugno 2019 di Mario Ajello Antonio Pollio Salimbeni
Italia isolata sulle nomine Ue

La prima immagine della nuova Europa non è ben augurante per l'Italia. Una cena a sei, ieri sera, dove si è cominciato a parlare del risiko delle nomine al vertice delle istituzioni comunitarie. Non solo la scelta del presidente della Commissione Ue ma anche la decisione su chi fa il presidente del consiglio europeo, chi l'alto rappresentante per la politica estera, chi il governatore della Bce, chi il presidente dell'Europarlamento. Un menù a dir poco sostanzioso quello alla tavolata nel Palais d'Egmont a Bruxelles, ma in realtà appena un antipasto: perché l'iter per trovare i nomi è appena cominciato e sarà lungo e tortuoso.

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Però l'immagine di ieri sera intorno al tavolo, senza neppure un italiano presente e dunque preliminarmente decidente, fornisce già un primo colpo d'occhio su come nella spartizione del potere comunitario tra le varie nazioni il nostro Paese non c'è. Eccoli i magnifici sei che aprono i giochi: il premier belga Charles Michel e il collega olandese Mark Rutte (per i Liberali), Pedro Sanchez e Antonio Costa (capi dei governi socialisti di Spagna e Portogallo) più, per i Popolari, il croato Andrej Plenkovic e il lettone Krisjanis Karins. Niente Italia, perché le famiglie politiche governeranno l'Europa sono popolari, socialisti e liberali, e già questo è un problemaccio per la causa dell'Italia, dove comandano la Lega e M5S ma nel Parlamento europeo i nostri due partiti di maggioranza andranno in gruppi di minoranza. E anche piuttosto malmessi o tutti ancora da definire.

IL MONOPOLI
Salvini scaricato da Farage, da Orban, dai catto-conservatori polacchi. Di Maio supplica chiunque per poter far gruppo e contare qualcosa, ma niente e anche i Conservatori e riformisti (dove c'è la Meloni in larga compagnia, a riprova che sullo scacchiere europeo la leader di Fratelli d'Italia s'è mossa molto prima e molto meglio di Salvini) con vogliono vedere il grillino neppure con il binocolo. Lui intanto - in tema di Italia assente - non è andato a Parigi al G7 dei ministri del Lavoro, mentre Salvini ha disertato il vertice dei ministri dell'Interno dei Paesi Ue sui migranti: e su 7 riunioni di questo tipo ne ha saltate 6.

E così, ieri, la partenza del monopoli politico al netto dell'Italia rischia di diventare la fotografia anche dei futuri sviluppi della grande partita. In cui oltre a rischiare la marginalità - forti in patria, debolissimi fuori nonostante l'exploit della Lega alle Europee - i giallo-verdi dovranno tenere le penne abbassate per evitare la procedura d'infrazione o rischiano di doverle alzare troppo, pur di farsi notare: il che potrebbe nuocergli e provocare una crisi di rigetto. La tappa fondamentale, per arrivare alle nomine Ue, sarà quella del Consiglio Europeo del 20 e 21 giugno, che potrebbe non essere però risolutivo, tanto che già sono in (possibile) agenda altri prima della plenaria dell'Europarlamento che il 2 luglio, a Strasburgo, dovrebbe eleggere il nuovo presidente dell'Aula. Ma il guazzabuglio è ancora tutto da sciogliere. E per ora l'Italia è esclusa dalla girandola di contatti e di trame. Di sicuro avremo solo, per regola, un commissario Ue, forse alla concorrenza o forse al commercio ma più probabile il secondo che il primo, cioè quello che pesa di meno. Conte nel Consiglio d'Europa naturalmente c'è, ma depotenziato non avendo una famiglia politica in Europa su cui poggiarsi. Anche se i candidati presidenti Ue sono a loro volta così fragili - è il caso di Weber, che il quale sembra perdere punti a favore del collega di partito Barnier, francese - che proprio l'esponente del popolarismo tedesco, stesso gruppo in cui figura Berlusconi il quale già nel summit Ppe prima del Consiglio europeo del 20 farà da mattatore, lunedì verrà a Roma per chiedere aiuto a Conte nella sua partita brussellese.

IL PARADOSSO
Ma una cosa è giocare da protagonisti in Europa, e un'altra da gregari. Quest'ultimo destino sembra il più realistico purtroppo. Anche se, nel caso non si trovi la grande quadra del grande accordo, non è affatto improbabile la conferma di Antonio Tajani alla guida dell'Europarlamento. Joseph Daul, presidente del Ppe, ha ripetuto pubblicamente: «Ho detto ad Antonio di prepararsi a continuare, se non si trova un'intesa toccherà di nuovo a lui». Ma il problema, per gli italo giallo-verdi isolati ma baldanzosi nella loro lotta contro le rigidità contabili, è anche questo: l'Italia, per un incastro di giochi, rischia di non avere nessuno nel board, se non sosterrà per la guida della Bce il teutonicissimo falco Jens Wiedmann. E questo, oltre ad essere un paradosso, per Salvini e Di Maio sarebbe un castigo.

Ultimo aggiornamento: 16:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA