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Albino Majore lascia il Messaggero: «Questi 27 anni sono volati»

Venerdì 8 Aprile 2022 di Mario Ajello
Albino Majore

Albino Majore esce dal cda del Messaggero, dopo 27 anni vissuti nell'editoria. È stato a lungo anche presidente e amministratore delegato del Mattino. Ora sta guidando la sua auto per andare a un appuntamento, ed è in ritardo. Ma velocemente, dopo aver fermato la macchina, accetta di fare un flashback su questo quasi trentennio in un mondo, quello dei giornali, nel quale non aveva creduto di dover approdare - veniva da altri settori dell'attività manageriale - e invece così è stato. «Sì, credevo che questa sarebbe stata soltanto una breve parentesi nel mio percorso professionale. I casi della vita hanno voluto che restassi nell'editoria così tanto a lungo e posso dire che questi 27 anni sono volati». 

Prima dell'approdo al Messaggero, nel 1996, cominciò tutto a Piazza Colonna. Majore entrò nel palazzo del Tempo in una fredda serata del febbraio 95. Il Tempo era stato appena acquistato dal gruppo Caltagirone. E Majore, nuovo amministratore delegato e poi presidente del quotidiano romano, ebbe subito davanti a sé un duplice problema: non conosceva affatto il settore dell'editoria e i conti dell'azienda editoriale che era stato chiamato a dirigere da Francesco Gaetano Caltagirone versavano in condizioni disastrose. Veniva da vent'anni di carriera nelle multinazionali americane e da tre anni di lavoro in società di costruzioni all'epoca di Tangentopoli. Non proprio cose piccole e facili. Tutt'altro.

Poco più di un anno al Tempo, poi il trasloco a Via del Tritone. Il gruppo Caltagirone aveva comprato il Messaggero, e fu automatica la vendita dell'altro quotidiano romano. «Nella calda estate del luglio del 96 - racconta Majore - varcai il portone di questo grande giornale di cui sarebbe stato per 20 anni amministratore delegato. Praticamente il Messaggero, fino ad allora, era come se non avesse avuto un proprietario. O meglio: aveva una proprietà che stava lontano, quella della Montedison».

C'erano dei dirigenti e un'amministrazione attenta a non turbare gli equilibri gestionali dell'azienda. Poi, con l'arrivo del gruppo Caltagirone di cui Majore faceva parte, la situazione comincia a cambiare profondamente. «Io in Via del Tritone trovai una situazione stratificata», osserva Majore, «e adottai insieme alla proprietà la strategia di convincere tutti, giornalisti e poligrafici, che ognuno era responsabile della sua area di competenza e che se il risultato fosse stato il migliore possibile avrebbe vinto l'interesse generale. Per conoscerci meglio, ci abbiamo messo qualche anno». Il fatto di aver lavorato in un'azienda ad alta efficienza e gestibilità, e di essere un profondo conoscitore dell'information technology, è stato di grande aiuto per disegnare il punto di arrivo dell'azienda e per applicare il piano di realizzazione. Di fatto, il manager per 20 anni al timone del Messaggero ha accompagnato con successo le varie fasi strategiche. 

E ora? Majore diventerà un osservatore esterno del mondo editoriale? «Guardi, sono pieno di idee e sempre pronto a rimettermi in gioco». Impossibile trovare in lui accenti da ex. Ha dei progetti e sta scegliendo su quale di questi mettere il suo impegno. Ha superato i 70 anni ma stiamo parlando di gente per cui l'anagrafe non conta. Gli amici lo descrivono così: «Albino è irrefrenabile. E pensare a un suo ritiro è impensabile». La pensione, il relax, il viaggio esotico non appartengono ai suoi orizzonti. Vede il mondo editoriale in grande trasformazione e non si vuole perdere il gusto di stare in questa contemporaneità che marcia a passi da gigante. «Ricordo che quando arrivai al Messaggero - incalza Majore - per poter inserire una foto a colori in prima pagina, e solo in prima era possibile, bisognava prevederlo almeno con due giorni di anticipo». 

La prima foto a colori su queste colonne che Majore ricorda, durante la sua gestione, fu quella di una modella vestita di blu che scende dalla scalinata di Piazza di Spagna. Adesso siamo proprio in un altro mondo ed è quello in cui il giornale di carta è uno dei supporti su cui girano le informazioni («Non morirà mai, sarebbe come abolire la carne», parola di Albino) e in cui l'editoria si trasforma e si rigenera ed evviva. Il giornale nelle sue varie forme, di carta, su I-pad, da telefonino, è maneggiabile e gustabile h24 in un flusso di news e di analisi continuamente aggiornato. 

Questo nuovo scenario ha bisogno naturalmente di uomini di gestione con tanta esperienza. E sono merce rara. Perciò, Majore ha buon gioco nel guardare avanti. 

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