Berlusconi e i giochi per il Quirinale. Salvini teme il patto FI-Renzi

Lunedì 6 Luglio 2020 di Emilio Pucci
Berlusconi e i giochi per il Quirinale. Salvini teme il patto FI-Renzi

«La via maestra è il voto», dice Matteo Salvini. Replica secca a Silvio Berlusconi che anche ieri, dal Giornale è tornato a chiedere: «Se non ci sono le elezioni che facciamo? Rimarrebbe il problema di cambiare un governo e una maggioranza oggettivamente inadeguati». Il Cavaliere premette di non voler dividere il centrodestra ma gioca d’anticipo, convinto che la finestra elettorale di luglio si chiuderà senza ripercussioni, consapevole che provarci per trovare una nuova maggioranza non significa tradire il patto dell’alleanza. All’indomani della piazza di Roma, i problemi del centrodestra non sono cambiati.

È vero pure che Meloni e Salvini puntano più che altro sulle urne nella prossima primavera, ma il clima di sospetti sta avvelenando i pozzi della coalizione. Perché il partito di via Bellerio ha scommesso tutto sulla spallata. Ha in tasca – perlomeno questo è il piano lumbard - altri voti pentastellati per buttare giù Conte, ma teme il patto Renzi-Berlusconi. Ovvero che cinque o sei senatori azzurri traslochino nel partito dell’ex premier. «Singoli esponenti di FI andranno a sostenere la maggioranza, magari per un esecutivo senza Conte», la tesi. 

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Il movimentismo del senatore di Rignano non è più un segreto a palazzo Madama. «Che ci fai ancora in FI? Vieni con noi», la domanda ricorrente dell’ex presidente del Consiglio ai malpancisti forzisti che puntano a sottrarsi alla morsa sovranista. «Quello che toglie Salvini io lo recupero», va ripetendo ai suoi Renzi, che è in trattativa anche con un paio di M5S. Ma la partita di Berlusconi è anche un’altra. 

Il Cavaliere vuole concludere la sua carriera politica al Quirinale. Sarà pure un sogno di una notte di mezza estate, ma l’operazione arcoriana parte da un assunto ben preciso: «Meloni e Salvini non hanno candidati per il Colle e non possono dire di no se qualcuno volesse fare il mio nome. E il Pd potrebbe essere garantito più dal sottoscritto che da altri». Ecco il ragionamento che ha come piano B la candidatura di Letta o di Giorgetti (nella stessa lista c’è anche Draghi). Il tentativo l’ex premier vuole provare a farlo, ora che a suo dire è stato riabilitato anche per via giudiziaria, in attesa di nuove verità che potrebbero uscir fuori sulla sentenza per frode fiscale che lo ha defenestrato dal Senato. «Il centrodestra deve cominciare a pensare a questa partita», il suo ragionamento, «perché rassegnarsi ad un altro pd al Quirinale?». In FI raccontano che i rapporti con i candidati dem (da Franceschini a Sassoli) siano buoni. E ottimi anche i rapporti con Mattarella ma - soprattutto se dovesse nascere un altro esecutivo, magari guidato da una “personalità competente” con pezzi M5S che non guardano a sinistra – il Cavaliere è convinto di avere le sue chance. 

In realtà Salvini e Meloni, consapevoli della voglia di Berlusconi di salire sul Colle, ritengono che questa candidatura non abbia possibilità di riuscita. E anche i gruppi parlamentari di FdI e Lega sono freddi. Tuttavia i giochi sono aperti e Salvini al momento, al di là di tentare M5S su una convergenza futura, non è andato. 


Da qui a settembre, la scommessa in FI, il quadro può cambiare. Il Pd si sta interrogando sull’eventualità di una maggioranza Ursula. «Si è rotto lo status quo - osserva per esempio il dem Borghi -. Il discrimine sarà tra chi vuole rafforzare il processo di integrazione europea e chi appoggia una visione sovranista. FI e M5S sono in mezzo al guado, sta a loro decidere». Giorgetti qualche mese fa, spiega un leghista doc, aveva trattato con Renzi la possibilità di un governo istituzionale che però prevedeva Salvini fuori dai giochi. Da qui il no del Capitano. Quello della Meloni è scontato. Ma sulla legge elettorale proporzionale FI è destinata a spaccarsi. I fari sono puntati al Senato. I neocentristi vorrebbero fare un gruppo per essere decisivi, gli ex M5S stanno cercando ‘casa’ e gli orfani dell’azzurro Cesaro (fatto fuori da Salvini in Campania) fibrillano. Il neo renziano Carbone sta facendo proseliti tra i suoi ex compagni. «Salvini – dice un big azzurro – prima o poi la domanda “che facciamo”? dovrà porsela. È a un bivio. Tre anni di opposizione sono tanti…». 

La manifestazione di sabato (Meloni non ha gradito le assenze di Lega e FI in piazza) è servita ad inviare un messaggio di sfratto a Conte, ma le divisioni restano sul campo. «Non credo a manovre di palazzo, non temo un’intesa FI-Pd-M5S sulla legge elettorale e sul Mes», taglia corto l’ex ministro dell’Interno che poi lancia per Milano una candidatura manageriale (lo aveva fatto anche per Roma, ma Fdi e FI sono contrari). Nelle file azzurre si pensa a un patto con le imprese e le parti sociali (così per esempio il senatore Cangini), si vive con sofferenza l’insistenza di Salvini al voto. 

Ultimo aggiornamento: 12:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA