Industria in crisi, Di Maio sotto accusa: in bilico 242 mila posti di lavoro

Sabato 29 Giugno 2019 di Francesco Pacifico

Marco Bentivogli ha rilevato che «la cultura antimpresa dei Cinquestelle e del ministro Luigi Di Maio sta soltanto avendo l'effetto di accelerare la desertificazione industriale del Mezzogiorno. Loro parlano soltanto di sussidi e di regole più stringenti, come sta avvenendo nella vertenza Ilva, con il risultato che le aziende scappano e che ai tavoli non si affrontano o si affrontano troppo tardi le questioni tecniche».
 
La fotografia del segretario dei metalmeccanici della Cisl è spietata ma aiuta a capire il caos, il senso di impotenza che si respira al Mise, dove si paga ancora una riorganizzazione delle direzioni non metabolizzata dai funzionari e i sindacati accusano una certa assenza di Di Maio ai tavoli (Openpolis ha calcolato che soltanto nel primo trimestre ha partecipato a 23 manifestazioni elettorali lontane da Roma).

Tutte circostanze chiare l'altro ieri in via Veneto, quando il capo dell'unità di crisi sulle vertenze industriali, Giorgio Sorial, ha provato a chiedere ai vertici della multinazionale Jabil di congelare i 350 licenziamenti nello stabilimento di Marcianise. Oltre a un secco no si è sentito anche dire che erano congelati gli incentivi per facilitare gli esuberi. Ma la stessa frustrazione, gli uomini del Mise, l'hanno provata quando hanno scoperto che la MercatoneUno annunciava di mandare a casa i suoi 1.800 dipendenti via Facebook.

A parlare sono i numeri. Le grandi vertenze industriali sono salite a quota 158 (delle quali il 40% al Sud), i lavoratori coinvolti sono 242mila, che salgono a 310mila considerando anche l'indotto e riguardano almeno 90mila addetti nelle fabbriche del Meridione. Se non bastasse il ricorso alla cassa integrazione è tornato a galoppare, con il rischio che a fine anno le ore richieste tornino verso il milione, per un costo di una decina di miliardi per le imprese, i lavoratori e lo Stato (che paga gli ammortizzatori in deroga). Al riguardo è stato calcolato che, soltanto nel primo trimestre, i dipendenti di aziende in Cig e Cigs hanno perso reddito in busta paga per 272 milioni di euro.

La lista delle industrie in crisi è lunghissima, anche perché riguarda marchi storici e multinazionali in settore prociclici. E il caso dell'Ilva forse meglio rappresenta gli errori strategici dell'uomo del Mise: prima la promessa elettorale di chiudere lo stabilimento a Taranto, poi il tira e molla sulla vendita ad Arcelor Mittal, quindi la decisione di eliminare la manleva giudiziaria ai nuovi amministratori anche per recuperare consensi tra i Cinquestelle pugliese, infine la decisione del gruppo di mandare in cassa integrazione 1340 addetti e di chiudere a settembre se le cose non cambieranno. Ma secondo l'ex ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, non è stata gestita meglio la vicenda, Whirlpool, con la multinazionale che vuole vendere il sito napoletano dove lavorano 412 persone. Secondo Calenda, Di Maio sapeva della crisi da aprile, due mesi prima che l'azienda comunicasse la sua decisione. Il vicepremier non ha mai confermato, fatto sta che tra aprile e fine maggio, in concomitanza con la campagna per le Europee, la convocazione dei tavoli è andata a rilento. Ma ancora più debole si dimostra la moral suasion di Di Maio sulle aziende: non avendo grandi armi a disposizione, ha visto anche Ferrovie prendere le distanze dal salvataggio dell'ex Iribus; non è riuscito a spingere Toskov a non trasferire la produzione in Turchia della Pernigotti o a partecipare alla reindustrializzazione dell'area di Novi. Senza contare che rischiano di chiudersi nel modo peggiore vertenze storiche, come quella dell'ex stabilimento Fiat di Termini Imerese, dove l'azienda pronta a insediarsi (la Bluetec) è finita nel mirino della magistratura e gli 570 operai potrebbero trovarsi a breve senza Cigs.

Forse questo stato di cose è stato acuito da un combinato disposto tra Pil in stagnazione, i nostri primi pagatori (Germania e Usa) che rallentano o che sono invischiati in una durissima guerra di dazi, tutte le misure messe in campo per aumentare i consumi (reddito o Quota cento) fanno acqua da tutte le parti. «Ma Di Maio - spiega un sindacalista - ci ha messo del suo: non ha confermato alla testa dell'unità di crisi Giampiero Castano, che faceva questo lavoro da 11 anni e sapeva parlare con le imprese e le banche o usare noi sindacati quando c'era da fare pressioni. Il definire Atlantia, a mercati aperti, dell'impresa decotta fa il pari su come ha gestito il rapporto con Lufthansa per la vicenda Alitalia: nei mesi scorsi, siccome i tedeschi proponevano un piano con degli esuberi, ha visto l'ad solo 15 minuti. Risultato? La compagnia ha fatto sapere che finché ci sarà lui, non farà più alcuna offerta».

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