Referendum costituzionale, partiti in bilico oltre il sì e il no

Mercoledì 16 Settembre 2020 di Lorenzo Calò

Con l’election day di domenica e lunedì prossimi (20 e 21 settembre, seggi aperti domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15) oltre alle amministrative nei comuni interessati e alle Regionali, si voterà anche per il referendum costituzionale, vale a dire una consultazione per confermare o meno una legge di modifica costituzionale. La data è stata decisa dal Governo dopo il via libera della Cassazione alla richiesta di referendum confermativo sul testo di legge costituzionale approvato in via definitiva lo scorso 7 ottobre 2019. 

La cosiddetta “riforma Fraccaro”, dal nome dal sottosegretario (M5s) alla presidenza del Consiglio, taglia 345 poltrone in Parlamento. Se il referendum confermasse la legge approvata, dalla prossima Legislatura vi saranno 115 senatori in meno e 230 deputati in meno. La legge infatti cambia il rapporto numerico di rappresentanza sia alla Camera dei Deputati sia al Senato: si passerà da 1 deputato ogni 96.006 abitanti a 1 deputato ogni 151.210 abitanti; si passerà da 1 senatore ogni 188.424 abitanti a 1 senatore ogni 302.420 abitanti. Al momento il rapporto tra parlamentari eletti e abitanti in Italia è di 1 eletto ogni 64mila persone; con la prevista riforma il rapporto salirebbe a un eletto ogni 101mila persone. A solo titolo di confronto la Germania ha un rappresentante ogni 116.855 cittadini. Se il referendum confermasse il taglio dei parlamentari il nuovo Parlamento sarà composto 200 senatori (invece degli attuali 315) e 400 deputati (invece degli attuali 630).

L’articolo 138 della Costituzione stabilisce che deliberare una legge costituzionale di modifica della Carta spetta alle Camere, le quali all’uopo deliberano due volte ciascuna, a distanza di almeno tre mesi fra la prima e la seconda deliberazione, per consentire ogni ripensamento, e la seconda volta a maggioranza dei membri di ogni Camera. La richiesta di referendum, che può essere avanzata da un quinto dei membri di una Camera, da cinquecentomila elettori o da cinque consigli regionali, è preclusa se in seconda deliberazione entrambe le Camere hanno approvato la legge con la maggioranza dei due terzi dei componenti. Ora, nel nostro caso la legge costituzionale che riduce il numero dei componenti delle Camere è stata approvata dal Senato la prima volta il 7 febbraio 2019 con 185 voti a favore, 54 contro e 4 astenuti su 243 votanti; dalla Camera la prima volta il 9 maggio 2018 con 310 voti a favore, 107 contrari e 5 astenuti su 417 votanti; dal Senato la seconda volta l’11 luglio 2019 con 180 voti a favore (maggioranza assoluta), 50 contrari, nessun astenuto, su 230 votanti; alla Camera la seconda volta con 553 voti a favore (più di due terzi, e precisamente il 97,5% dei votanti e l’87,7 per cento dei componenti), 14 contrari e due astenuti.  

Con il referendum confermativo della legge costituzionale che taglia il numero dei parlamentari si chiede agli italiani se confermare o meno la legge di riforma costituzionale già approvata dal Parlamento. Nel referendum confermativo, detto anche costituzionale o sospensivo, si prescinde dal quorum, ossia si procede al conteggio dei voti validamente espressi indipendentemente se abbia partecipato o meno alla consultazione la maggioranza degli aventi diritto, a differenza pertanto da quanto avviene nel referendum abrogativo.
 


La principale tesi a ragione del taglio del numero dei parlamentari è lo stimato risparmio di 100 milioni di euro lordi all’anno. Attualmente con 951 eletti (considerati anche i senatori a vita) l’Italia è il secondo Paese dell’Unione Europea con il maggior numero di parlamentari. Tuttavia l’incidenza degli eletti in rapporto alla popolazione è in realtà tra le più basse d’Europa. Quanto alla questione dei conti: il taglio dei parlamentari produrrebbe un risparmio annuo pari ad appena 3,12 euro a famiglia, ossia 1,35 euro a cittadino.

A votare sì alla riforma costituzionale, fortemente voluta dal M5s, sono state sia le forze di maggioranza (M5s, Pd, Italia Viva, Leu) che le forze di opposizione (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia), anche se con alcuni distinguo personali al loro interno. Ma l’impegno dei partiti sul referendum appare oggi quantomeno variegato: il M5s punta tutto sul Sì sperando in questo modo di rilanciarsi e di attutire la possibile contestuale sconfitta alle Regionali e il progressivo calo di consensi. Il Pd è ufficialmente schierato sul Sì ma al proprio interno va allargandosi velocemente il fronte dei sostenitori del No. Stesso discorso per Lega, Fi e Fdi: ufficialmente cavalcano la probabile onda anti-politica ma hanno lasciato libertà di voto dal momento che centinaia di esponenti, parlamentari e militanti sono per il No, intravedendo - in caso di sconfitta del Sì - un’ulteriore occasione di indebolimento dell’asse di governo (Conte-Pd-Cinquestelle) che si è molto più esposto a sostegno della riforma e che potrebbe subire un forte contraccolpo in caso di (probabile) sconfitta alle Regionali. Sullo sfondo, le fibrillazioni nella maggioranza e le voci pressanti di un imminente rimpasto di governo mentre Zingaretti rischia di uscire indebolito alla guida del Pd (soprattutto se il centrodestra dovesse strappare la Toscana) e di trascinarsi dietro la crisi di leadership del M5s e la stessa stabilità del premier Conte in un passaggio delicatissimo per la vita del Paese e alla vigilia di importanti decisioni sul fronte economico con l’Ue.
 

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