Diabolik, la banda di Piscitelli verso il processo: estorsione e spaccio

Mercoledì 27 Maggio 2020 di Alessia Marani e Giuseppe Scarpa

Hanno inondato Roma di droga, ora rischiano di finire sotto processo. La Procura ha notificato gli avvisi di conclusione indagini alla banda di Diabolik, ossia le 53 persone coinvolte nella maxi-indagine “Grande Raccordo Criminale” del Gico della Finanza del novembre scorso. A capo dell’organizzazione, secondo i pm della Dda, oltre al defunto Fabrizio Piscitelli, il leader degli Irriducibili della Lazio, morto ammazzato nel Parco degli Acquedotti il 7 agosto, c’era il suo amico fraterno Fabrizio Fabietti, 42 anni, che all’epoca dai domiciliari sulla Tiburtina, attraverso una rodata rete di “cavalli” e picchiatori, teneva le fila dello spaccio nelle piazze più appetibili della Capitale, da San Basilio ai Castelli, da Primavalle ad Acilia, dalla Romanina ad Ardea, passando per Ostia.

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Agli indagati, il provvedimento firmato dal procuratore Michele Prestipino e dal sostituito Nadia Plastina, contesta, a seconda delle posizioni, reati che vanno dal traffico internazionale di droga, lesioni, estorsione al riciclaggio, il tutto aggravato in alcuni casi dal metodo mafioso. Circostanza, quest’ultima, che il gip non aveva riconosciuto in prima battuta. Gli sviluppi investigativi si sono arricchiti, in questi mesi, di ulteriori fascicoli dovuti ai riscontri seguiti alle perquisizioni. A partire da altri soldi che sono spuntati fuori: circa 120mila euro in contanti e altri 320mia che la sorella di Fabietti, Sestina, detta “Cristina”, cassiera e suo braccio destro, stava per dirottare su un conto di Dubai riconducibile al “genio informatico” del gruppo, l’ultras Alessandro Telich, detto “Tavoletta”. Tutto denaro che avrebbe trovato origine nel lucroso via vai di gommoni e doppifondi imbottiti di coca e hashish dal Sud America alla Capitale, transitando dall’Olanda, dal Belgio, dalla Spagna e dal Marocco. Le indagini, svolte nel periodo febbraio-novembre 2018, hanno permesso di ricostruire la compravendita di 250 chili di cocaina e 4.250 chili di hashish e un giro d’affari di 120 milioni di euro. Per chi indaga non siamo in presenza di una semplice «batteria» di spacciatori e picchiatori ma di una organizzazione criminale strutturata su vari livelli che aveva nel narcotraffico il suo «core business». IL SUMMIT Per capirne la caratura basta rapportarsi a un’altra inchiesta del pm Giovanni Musarò che inquadra Piscitelli seduto al tavolo di un ristorante di Grottaferrata davanti a Salvatore Casamonica, già detenuto al 41 bis. Era il 13 dicembre del 2017 e i due stavano per siglare la pax mafiosa a Ostia tra il gruppo emergente (ma legato a una vecchia guardia vicina al Diablo) di Marco Barboncino e il clan Spada. Intercettato dai finanzieri, Fabietti diceva: «A devo dà a tutta Roma.. proprio i soldi voglio fa», intendendo la droga. E per farlo non avrebbe disdegnato accordi anche con la ‘ndrangheta Bellocco legata ai fratelli Emanuele e Leopoldo Cosentino, sebbene Diabolik fosse da sempre legato ai napoletani di Michele Senese, “o’ pazzo”. Ma business is business e in questo contesto di fitte trame, traffici, accordi stretti e violati, Piscitelli potrebbe avere trovato la morte. Della banda fanno parte pezzi del mondo ultras biancoceleste, come Ettore Abramo, meglio conosciuto come “Pluto” e Aniello Marotta che, insieme ad Andrea Ben Maatoug, al pugile Kevin Di Napoli e a Leandro Bennato - gambizzato il 15 novembre a Boccea -, si occupavano di riscuotere «con metodi violenti» i crediti del sodalizio. Tavoletta, invece, procurava i telefoni criptati «a prova di guardia» che Federica Garuti, la compagna di Fabietti, distribuiva. Per i pm Diabolik era il «promotore e finanziatore del sodalizio», l’albanese Dorian Petoku il principale importatore di coca. Tra i fedelissimi c’erano anche Francesco Curtis, Federico Tassone (latitante), Alessandro Savioli detto “il Presidente” e Luigi Centi. Ai domiciliari Sergio Fabietti, padre di Fabrizio. A curare l’aspetto logistico era invece Mauro Ridolfi, mentre Carlo Popoli aveva messo a disposizione un magazzino per lo stoccaggio. In carcere era finito anche Alessandro Max Capriotti, figlio di Alessandro Capriotti, detto il “Miliardero”. Proprio con il Miliardero Piscitelli avrebbe avuto un appuntamento il giorno del suo omicidio.

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