L’incubo di vivere per 34 ore sulla barella al pronto soccorso

L’incubo di vivere per 34 ore sulla barella al pronto soccorso
di Pietro Piovani

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Antonio racconta, ancora scosso, le 34 ore vissute al pronto soccorso di un ospedale romano. Ore trascorse sdraiato su una barella, ore di attesa, prima per poter parlare con un medico e poi, una volta capito di non essere in pericolo di vita, per ottenere il permesso di uscire. Intorno a lui ha visto decine e decine di altri malati in barella, ha visto un paziente stremato cercare di alzarsi, perdere l’equilibrio e travolgere una donna con la gamba fratturata, ha visto dottori e infermieri litigarsi le barelle.

Ha visto tutto tenendo al braccio una flebo che però era attaccata al muro con lo scotch perché mancavano le aste, finché lo scotch non si è staccato e la flebo è caduta in terra, e lì è rimasta a lungo, a pochi centimetri da una paziente con una ferita in setticemia. In queste 34 ore è rimasto sempre digiuno, finché finalmente è arrivato un piatto ma nessuno poteva aiutarlo né lui era in grado di portarsi da solo il cucchiaio alla bocca. Intanto all’esterno del pronto soccorso decine di parenti chiedevano inutilmente il permesso di entrare, compresa una signora molto anziana che ha implorato per un giorno intero di poter raggiungere il marito malato di Alzheimer che aveva bisogno di assumere certi farmaci e non poteva restare da solo.

Ora Antonio è uscito, e ha potuto farsi curare in una clinica. Degli altri disperati con cui ha convissuto per un giorno e mezzo non ha notizie.

pietro.piovani@ilmessaggero.it
Lunedì 15 Luglio 2019, 00:00
© RIPRODUZIONE RISERVATA



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