Luana, la regina della birra:
«Così ho conquistato Gomorra»

di Alfonso Sarno

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Vocazione forse è una parola grossa. Diciamo che alla base dell’interesse di Luana Meola per il mondo dell’enogastronomia c’era il proustiano ricordo di quando accompagnava il nonno a vendemmiare nel piccolo vigneto di Capaccio, la cittadina dove è nata. «Era un rito che mi affascinava», confessa, «con l’uva che veniva lentamente raccolta, spremuta per trasformarsi nel vino messo a maturare in cantina affinché raggiungesse il giusto equilibrio, tanto da decidere di conseguire la qualifica di sommelier Ais. Ma, le assicuro, senza alcun intento professionale. Tutt’altra era la mia strada». 

Maturità scientifica, laurea in Statistica all’Università di Napoli, master a Roma e un lavoro sempre nella Città Eterna, vivacizzato da qualche incursione ai banchi d’assaggio: «Fu proprio durante una di queste serate che incominciai ad appassionarmi all’universo della birra e incoraggiata da una borsa di studio della Regione Umbria decisi di mollare o meglio di sospendere tutto per un periodo e di trasferirmi a Perugia per frequentare un master in tecnologie birrarie». Lì, in una cantina, il fatale incontro con il critico enologico Antonio Boco che con un amico, Matteo Mattaloni, aveva rilevato il marchio di una storica fabbrica cittadina, la Birra Perugia: «Non sapevano cosa fare perché si erano mossi spinti da un afflato romantico per non vedere scomparire una realtà che, dal 1875 quando fu aperta alla fine del secolo, fece sì che Perugia fosse una delle capitali della birra di qualità». Poi il veloce declino causato da un’avventata vendita a un colosso del settore che portò nel 1930 al completo smantellamento di ogni attività. «Della Birra Perugia», continua, «restava soltanto il marchio inutilizzato e qualche locandina che siamo riusciti a scovare tra mercatini e rigattieri. Una intrigante avventura che dopo lunghe discussioni decidemmo di affrontare ridando vita alla birra made in Perugia».

Da brava esperta in statistica Luana Meola non lascia nulla d’intentato, approfondisce ogni aspetto e ottiene un finanziamento, indispensabile per iniziare l’attività. Era il 2013 e, dopo un lungo sonno, la «capitale» dell’Umbria rioccupava il suo ruolo nel panorama nazionale: «A noi tre si aggiunge il maestro birraio Luca Maestrini che è, a tempo pieno, al mio fianco». Espletate le noiose incombenze burocratiche e sondato il mercato, Luana si butta a capofitto nella creazione delle prime birre dal gusto semplice, immediato: «Non era il momento delle sperimentazioni, dovevamo radicarci sul territorio, farci lentamente scoprire. Solo quando ci siamo assestati, conquistata la fiducia dei consumatori, è stato dato spazio alla creatività con la Calibro 7, che parte dall’Inghilterra e guarda agli Stati Uniti d’America. Sette luppoli di diverso sentore tropicale. Molto agrumata, equilibrata, gentile e di grande bevibilità».

Ed è grazie a lei, già apprezzatissima dai perugini, che i quattro visionari soci conquistano la ribalta nazionale: Già, l’artigianale birra troneggia in diverse scene di «Gomorra», la serie televisiva cult in onda su Sky. Come ha fatto? «No, nessuna manfrina, costosi investimenti o accorta strategia pubblicitaria. Brutalmente, non abbiamo pagato niente a nessuno. È nato tutto spontaneamente. Per puro caso conobbi una persona della produzione che mi disse d’avere intenzione di inserire una birra artigianale; gli parlai della Calibro 7, l’assaggiò, gli piacque. Così è incominciato tutto». Un vero colpo di fulmine visto che, man mano, sono state inserite anche tutte le altre etichette. Un’appagante visibilità, anche se orgogliosamente riafferma che come azienda avevano già un loro percorso ben definito e tanta, tanta credibilità: «Tre anni fa abbiamo vinto il premio come birrificio dell’anno per visibilità e attenzione da parte della stampa specializzata».

A Capaccio torna poco e sempre di corsa: «La mia è una scelta di vita e, per ora, il mio presente è qui, a Perugia, ma mai dire mai. Mi piacerebbe creare una birra legata ai profumi della Campania, nel frattempo sto cercando di far conoscere ai miei compaesani i nostri prodotti. Sono una donna che ama cambiare, chissà prima o poi tornerò a casa, mi manca il mare, il verde delle montagne, la famiglia. A volte mi prende la nostalgia e, per vincerla, bevo un calice di vino di mio nonno, quello della sua ultima vendemmia. Lo sorseggio lentamente e mi sembra di stare lì, con lui».
Mercoledì 20 Febbraio 2019, 06:20 - Ultimo aggiornamento: 20-02-2019 15:16
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