Rifiuti, il grande spreco: aumenta
la produzione e il riciclaggio è indietro

Mercoledì 4 Maggio 2022 di Alfonso Schiavino
Rifiuti, il grande spreco: aumenta la produzione e il riciclaggio è indietro

Una fetta della nostra raccolta differenziata viene buttata via, perché i materiali non possono essere riciclati. Gli osservatori attribuiscono la principale responsabilità ai cittadini, per i motivi che vedremo. Ma qualche visionario segnala anche la necessità di ricercare oggetti e imballaggi facili da riutilizzare e smaltire. In realtà una certa dispersione è fisiologica e magari solo apparente, per via delle formule europee, ma lo spreco potrebbe essere facilmente ridotto. Prima di inoltrarci nella giungla dobbiamo affrontare un paio di premesse e un concetto rivelatore: il tasso di riciclaggio.

La strategia europea per i rifiuti, incorporata nella legislazione italiana, è fondata sulle 5 R: riduzione, riutilizzo, raccolta (differenziata), riciclo e recupero. Questi princìpi tratteggiano una gerarchia: innanzitutto dovremmo produrre meno spazzatura. Come vanno le cose? In provincia di Salerno la produzione è aumentata di 25 chili pro capite fra il 2014 e il 2019 (da 396 a 421). Nel famoso 2020 è diminuita a 418. In Campania la dinamica è la stessa: incremento di 17 chili pro capite nel quinquennio 2014/2019 (437 contro 454), riduzione nel 2020 (451). In Italia la crescita quinquennale è stata sostenuta (da oltre 487 kg a 503), mentre nell'anno pandemico è tornata a 488. I dati (qui arrotondati) vengono dall'Ispra, l'ente ambientale statale. I numeri palesano una crescita ridimensionata nell'anno pandemico: c'è voluta l'iradiddio per sgretolare un poco la montagna. Introducendo un paradosso, potremmo osservare che la comunicazione di questi anni, basata solo sulla raccolta differenziata, ha distratto decisori e consumatori dal primo obiettivo. Oggi ragioniamo così: consumiamo perché differenziamo. Ma almeno sappiamo farlo?

Il parametro della raccolta differenziata è sempre fondamentale. Nel frattempo però l'Unione Europea ha reso incalzante (diciamo così) un'altra misura delle politiche ambientali: il tasso di riciclaggio. I due indici sono profondamente diversi. La raccolta differenziata pesa i materiali buoni estratti dal totale dei rifiuti urbani: se seleziono 60 tonnellate su 100, ottengo una quota del 60%. Il tasso di riciclaggio è più articolato. Innanzitutto Bruxelles fornisce agli Stati varie modalità alternative per calcolarlo: il Governo italiano ha scelto quella più cervellotica. In parole semplici, la formula considera ogni frazione merceologica (carta, plastica, vetro, metalli, legno e organico) sia per la quantità avviata al riciclo sia per la quantità contenuta nel rifiuto totale, valutabile con le stime merceologiche. Il risultato, al netto degli scarti prodotti in fase di trattamento, fornisce il tasso di riciclaggio.

Salerno sfiora il 60% di raccolta differenziata, mentre il riciclaggio raggiunge il 47,95%. Notiamo che 12 punti dividono le due percentuali: la nostra operazione non è tecnicamente corretta, ma serve per fare i confronti. Fra i 15 comuni più popolosi della provincia, Baronissi presenta una differenziata maestosa (85,83%) e un riciclaggio coerentemente elevato (64,91%). I due indici sono distanti quasi 21 punti percentuali. A Morigerati, dove la differenziata è al 100%, il riciclaggio si avvicina al 59%, con uno scarto di 41 punti. Pochi esempi valgono per tutti i comuni, ma in fondo per l'Italia, dove la differenziata è sempre molto maggiore del riciclo (nel 2020 rispettivamente 63% e 51/55%). Così pure in Europa.



Al 100% non si potrà mai arrivare, perché il processo comporta inevitabilmente scarti e limitazioni. Come abbiamo visto con le 5 R, inoltre, l'Ue considera il recupero un principio autonomo dal riciclaggio. Al netto delle sottigliezze tecnicistiche, questa differenza dovrebbe spingerci a migliorare la selezione: gli esperti dicono che i sacchetti differenziati contengono materiali estranei (i pannolini nella plastica, per dirne una), mentre l'indifferenziato ingloba materiali riciclabili. Una particolare responsabilità, dunque, viene attribuita alle attività domestiche basilari. Esiste anche un problema di ricettività industriale? Le filiere del riciclo assicurano che gli impianti sul territorio italiano sono in grado di trattare la quantità di imballaggi conferibili, anzi, ne servirebbe di più. In effetti le criticità riguardano soprattutto la frazione umida, la tecnologia e la diffusione degli impianti specializzati (per esempio quelli per le plastiche eterogenee). Sullo sfondo, poi, sembra arrivato il momento di progettare oggetti che abbiano vita lunga e siano facili da conferire. Pensiamo all'incarto dei salumi: quanti di noi hanno la pazienza di staccare carta e plastica? E dovremmo valorizzare la riduzione dei rifiuti, che oggi interessa poco, forse perché non fa Pil.

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