Brassens, l'uomo che insegnò la tarantella a De André

Mercoledì 20 Ottobre 2021 di Federico Vacalebre
Brassens, l'uomo che insegnò la tarantella a De André

Celebrato come si deve - libri, ristampe, concerti, mostre - nella sua Francia, Georges Brassens appare piuttosto dimenticato in Italia, dove pure fu molto amato, e non solo come padre putativo di quel Fabrizio De Andrè che gli deve tanto, persino su qualche fronte inaspettato.

Eppure il doppio anniversario avrebbe potuto sollecitare qualche omaggio sostanzioso: lo chansonnier anarchico nacque a Séte il 22 ottobre 1921, cent'anni fa, e morì a Saint-Gely-du-Fesc il 29 ottobre 1981, quarant'anni fa. Il Premio Tenco, dove l'uomo con la pipa fu protagonista di una storica serata nel 1976, lo ricorderà da domani con le traduzioni (in italiano e in torinese) di Fausto Amodei e di Carlo Pestelli e con un recital di Alberto Patrucco. E poi poco più, anzi niente. Nemmeno a Marsico Lucano, il paese in provincia di Potenza dove nacque mamma Elvira Dagrosa, emigrata con la famiglia in Francia quand'era ancora bambina, cattolica praticante, vedova di guerra. Di quella discendenza Georges non sapeva molto, fu l'amico-traduttore Beppe Chierici a svelargli in tarda età le sue origini lucane, prima lui aveva sempre spiegato: «Mia madre era di Napoli. E mio padre era di Sète. Così, in famiglia si cantava O sole mio insieme ad arie d'epoca o d'operetta, si mescolava Santa Lucia con Fascination». Radici ribadite persino in una canzone-testamento come «Supplique pour être enterré à la plage de Sète» quando, chiedendo di essere sepolto sulla spiaggia del suo (e di Paul Valéry) paese natale, sperava così di udire portata dal mare «la lieta melodia che fa la tarantella», insieme ai suoni del fandango e della sardana.

E proprio la tarantella, insieme all'anarchismo individualista, all'aver scelto di cantare le puttane e non le madonne, i poveri cristi e non i potenti, l'amore profano e non quello sacro, fu uno dei regali che Brassens fece all'allievo De Andrè, che tradusse diverse sue canzoni («La morte» di cui in realtà tenne solo la musica, «La marcia nuziale», «Nell'acqua della chiara fontana», «Il gorilla», «Delitto di paese», «Le passanti» che poi erano un adattamento di versi di Antoine François Pol, «Morire per delle idee»), ed altre copiò spudoratamente: «Non sapevo nemmeno io come e perché», mi spiegò l'amico fragile Faber «ma impazzivo per Bovio e Di Giacomo. Poi scoprii che la mamma del mio amatissimo Brassens era figlia di napoletani, e che nelle ballate di quello che rimane il mio primo maestro indiscusso, alcuni studiosi avevano ritrovato echi della melodia campana». La leggenda del Brassens partenopea fu divulgata anche dal cantautore genovese, si scrisse che mamma Elvira veniva da Angri...

Insomma, «Don Raffae'» è figlia di Brassens, oltre che della «Napoletana», l'antologia di Roberto Murolo che il padre aveva regalato a Fabrizio che la tenne sempre cara, oltre che di «'O cafè» di Modugno Pazzaglia e di «'A coda e cavallo» di Buscaglione-Chiosso, ma questa è un'altra storia.
Magari a raccontare la storia del lucano Brassens che si credeva figlio di napoletana poteva essere Cetara, borgo salernitano gemellato con Sète, porto che raccolse moltissimi immigrati italiani, soprattutto pescatori.

Con Brel e Ferrè padre di quella canzone d'autore europea che altrimenti avrebbe inseguito solo le sirene dylaniane e dylaniate, Brassens irruppe nella «Douce France» di Chevalier e Trenet come il cantore sarcastico e irriverente di un'altra Francia, meno metropolitana e più paesana e spaesata, meno tronfia e retorica, orgogliosamente pornografica e disperatamente intenzionata a farsi i cazzi suoi, sino al punto di mettere sullo stesso piano i due zii («Les deux oncles») Martino e Gastone: a uno piacevano gli americani, all'altro i tedeschi, «sono morti entrambi, ognuno a causa dei suoi amici. Io, invece, che non prediligevo nessuno, sono ancora vivo». Concetto ribadito in «Mourir pour des idées», e qui citiamo la traduzione deandreiana: Morire per delle idee, l'idea è affascinante/ per poco io morivo senza averla mai avuta/ Perché chi ce l'aveva, una folla di gente/ gridando viva la morte, proprio addosso mi è caduta/ Mi avevano convinto e la mia musa insolente/ abiurando i suoi errori aderì alla loro fede/ dicendomi peraltro in separata sede/ moriamo per delle idee, vabbè, ma di morte lenta».

Pacifista convinto, latin lover che rivolse all'amata compagna Joha Heiman, alias Püppchen, la suprema «non demande en mariage», Georges che insegnò (anche) la tarantella a De André, non va dimenticato. Meglio prendere una chitarra e correre ai ripari.

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