Makeba, eredità ancora contesa a dieci anni dalla morte

Venerdì 9 Novembre 2018 di Federico Vacalebre
«Eravamo ancora sotto shock per la strage del 18 settembre, quando per mano dei casalesi erano stati uccisi a Ischitella sei immigrati africani completamente innocenti. L'aria che si respirava era pesante, si pensò a una manifestazione di solidarietà, ed io ebbi l'idea di invitare la pasionaria sudafricana, e di metterla a fianco di Maria Nazionale, protagonista di Gomorra, il film tratto da Saviano», ricorda Gigi Di Luca, che organizzò quel concerto. La settantaseienne cantante, l'ugola più prestigiosa del movimento antiapartheid, che aveva pagato con l'esilio la militanza al fianco di Nelson Mandela, arrivò la sera prima, da Amsterdam.
 
La mattina di dieci anni fa fu accompagnata al centro Fernandes, lì incontrò le comunità di immigrati, cantò per loro, coccolò soprattutto i bambini. Aveva dei problemi all'anca, oltre a quelli, storici, cardiaci, per cui per muoversi usò una sedie a rotelle, ma le sue condizioni di salute non sembravano preoccupanti, aveva persino espresso il desiderio di rivedere Napoli, con i manager della Kino Music che la accompagnavano aveva discusso dell'amica Dee Dee Bridgewater: scoperto che aveva divorziato da poco le aveva indirizzato un affettuoso «Benvenuta nel club».

Pareva di buon umore quando lasciò l'Holiday Inn per Baia Verde, preceduta sul palco da Eugenio Bennato, la Brigata Internazionale di Daniele Sepe, i 24 Grana, Maria Nazionale che forse aveva allungato più del previsto la sua esibizione: «Poi toccò a lei, bella nel suo abito colorato, forte ed emozionante come sempre, o almeno così ci apparve sino a quando non vedemmo che iniziava a tagliare pezzi dalla scaletta, ad abbreviare la sua esibizione. A fine serata avevamo stabilito di regalarle una copia del libro di Saviano, in inglese, stavamo per consegnarglielo quando lei, mentre intonava «Pata Pata», si accasciò sul palco», continua il racconto Di Luca.

«Ero l'unico fotografo quella sera, la vidi sbandare e cadere a terra, chiamai i primi soccorsi», racconta Pino Miraglia, autore degli scatti inediti che illustrano questa pagina. «La facemmo stendere con i piedi in alto, sembrò riprendersi, la caricammo sull'ambulanza per la clinica Pineta Grande, accompagnata dal suo entourage e dall'allora assessore regionale Corrado Gabriele. Sembrava si stesse rimettendo, ma poi...».

Oggi Di Luca ricorderà questo triste decennale proprio a Castel Volturno (alle 10.30 per le scuole e alle 20.30 al teatro Santaniello), con «Le voci di un sogno», spettacolo di cui cura ideazione e regia su drammaturgia di Davide Sacco, con la partecipazione di 22 migranti, oltre che di artisti professionisti: «Racconto dell'esempio di Mandela e della Makeba, di quelle sue ultime ore, dell'assurdità in cui ci eravamo trovati poco prima del dramma quando la camorra era venuta a chiederci il pizzo per il concerto anticamorra. Volevano duemila euro, li denunciammo alle forze dell'ordine, le indagine non sono mai approdate a niente».

Domani il piccolo omaggio continuerà in questa enclave africana in terra italiana: alle 16 Bruno Leone farà incontrare Pulcinella e le sue guarattelle con Mama Africa nell'area di piazza Castello, alle 20.30 la nigeriana Sonia Aimy canterà al centro Fernandes, «ma per dicembre spero di avere i fondi per organizzare un tributo più adeguato», conclude il manager.

Il decennale della morte di Mama Africa, però, rischia di passare inosservato in tutto il mondo, perché l'eredità della cantante è al centro di una disputa legale: da una parte ci sono i suoi nipoti Zenzi e Lumumba Lee, con la loro Miriam Makeba Foundation, e la ZM Makeba Trust a cui la Makeba aveva affidato il compito di proteggere la sua eredità, culturale ed economica, insieme con la Siyandisa Music. Sono sempre i soldi a sporcare le leggende.

Intanto, ancora grazie Mama Africa. Ultimo aggiornamento: 09:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA