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Mario Biondi: «Da ultimo dei romantici canto anche in napoletano»

Domenica 20 Marzo 2022 di Federico Vacalebre
Mario Biondi: «Da ultimo dei romantici canto anche in napoletano»

Non sarà l'ultimo dei romantici, ma poco ci manca. Mario Biondi torna alla sua maniera con un disco registrato in maniera analogica e collettiva (un «take» e via, o quasi), guardando agli anni Sessanta/Settanta come ispirazione non solo musicale. E sarà un caso, ma insieme al cd, viene annunciata anche la musicassetta, che dopo il vinile, sta tornando di moda.

Che disco è questo «Romantic», Marione?
«Controcorrente, che bada alla musica, ad un periodo in cui la musica era usata anche per combattere la guerra, anzi l'idea stessa della guerra».

Un disco più che vario, che si apre con un bellissimo pezzo di Pharoah Sanders.
«È un lavoro molto eterogeneo che raccoglie le mie diverse anime, le mie diverse musiche. The creatos has a master plan era su un disco del 69 del sassofonista, con lo strano canto yodel di Leon Thomas. Lo amavo moltissimo, quando ho scoperto la versione di Louis Armstrong ho capito che dovevo inciderla».

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Ne ha fatto una cover anche Don Cherry. Ti muovi tra jazz, rhythm'n'blues, pop, inglese, italiano, dialetti, brani originali e non. Canti da soulman e da crooner.
«Il minimo comun denominatore è l'interplay con i miei musicisti, il piacere di fare musica».

Partiamo dalle riletture.
«Going out of my head è un pezzo del 64 di Little Anthony & the Imperials: più che guardare alla versione di Frank Sinatra guardo a quella di Dionne Warwick. Poi c'è Lou Rawls, c'è Perry Como (Papa loves mambo), persino Prendila così di Lucio Battisti in inglese».

Ancor più rischioso è il paragone con un capolavoro come «What's going on» di Marvin Gaye.
«I brani belli vanno cantati. Io lo faccio e mi diverto a farlo: anche qui, guardando non all'originale, ma all'edizione di Les McCan. Sarà un caso, ma quel brano, quel disco, nascevano anche come reazione contro la guerra in Vietnam. Ora c'è l'Ucraina, servono ancora canzoni così».

I brani originali sono soprattutto in inglese, ruffianamente vintage come «Romantic song», ballad come «If I love you» e «Loneliness» dall'introduzione morriconiana, aggressivi come «Prisoner». Ma c'è anche «Fino all'ultimo respiro» di Maurizio Fabrizio.
«Certe canzoni nascono in una lingua, certe altre approdano a una lingua: per suono, per senso, per ispirazione. Certe canzoni le ho scelte, certe altre mi hanno scelto».

Così arriviamo a «Tu malatia», una canzone di papà Stefano.
«Mio padre era un buon cantante, che la vita, e i genitori, hanno portato a rinunciare al sogno d'artista. Scrisse quel pezzo con Gaetano Agate, Franco Morgia - la voce dei Beans - lo portò al Festival della nuova canzone siciliana e lo vinse. C'era anche Pippo Baudo coinvolto in quell'operazione, convinto, non era il solo, che quel brano rinnovasse la musica dell'isola. Per me cantarla è un atto d'amore».

Dimmi di più di tuo padre.
«Incise un disco a fine anni 70, per la Borgatti records, che era la stessa dei primi passi di Vasco Rossi, quello di Jenny/Silvia. Il titolare mi portava tutti i vinili che stampava, anzi di Vasco ne avevo più copie, me n'è rimasta una sola, come nuova, che varrà pure un po' di soldini».

Dal siciliano al napoletano di «Ricuordate».
«Il testo è di Sergio Iodice, che ha scritto, tra gli altri, per Peppino Di Capri e Fred Bongusto, la musica di Paolo Moscarelli, un tempo poliziotto al servizio di Boris Giuliano, poi autore, anche lui per Peppino».

È l'unico duetto del disco.
«Sono un grande estimatore di Lina Sastri, senza di lei non avrei inciso questa canzone. Scusate il mio napoletano».

Promosso. Anzi: ti avevano anche invitato al memorial dedicato a Pino Daniele che si è tenuto al Palapartenope ieri sera, nel giorno del sessantasettesimo compleanno, ed onomastico, dell'Uomo in Blues.
«È vero, sono due-tre anni che mi invitano e sono costretto a rifiutare. Questa volta c'era il lancio del disco, non potevo proprio esserci. Pino mi ha dato moltissimo, chiunque in Italia frequenti i suoni black, il soul, il blues, oltre che la canzone d'autore, gli deve qualcosa».

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