Enrico Ruggeri apre il Premio Tenco: «Canzoni libere oltre gli steccati»

Venerdì 22 Ottobre 2021
Enrico Ruggeri apre il Premio Tenco: «Canzoni libere oltre gli steccati»

Inviato a Sanremo

E ora dopo le polemiche della vigilia, la parola passa alle canzone. Ieri sera, in un teatro Ariston tornato disponibile (ma non pieno) al cento per cento, la quarantaquattresima edizione del Premio Tenco è iniziata, come tradizione, con la sigla di «Lontano, lontano». Ma poi il gioco è cambiato: «Una canzone senza aggettivi» promette il claim di quest'anno, che vuole guardare oltre gli steccati, abbandonare una trincea per qualcuno - anzi per gli stessi organizzatori - da «trinariciuti», da «ultimi giapponesi». 

Così, incassata l'assenza per indisposizione di quella che poteva/doveva essere la sorpresa della prima manche, Madame, Targa Tenco per l'opera prima e la canzone dell'anno, «Voce», a intonare le loro canzoni senza «aggettivi», ma non certo senza qualità, sono sfilati: Samuele Bersani (per «Cinema Samuele», miglior disco in assoluto), i Fratelli Mancuso («Manzamà», album in dialetto), Peppe Voltarelli («Planetario», miglior interprete). Se ci si aggiunge Carlo Mercadante, produttore di «Ad esempio a noi piace Rino» che con l'omaggio a Gaetano si è aggiudicato la Targa Tenco per l'album a progetto, non proprio un menù rivoluzionario per la tradizione della kermesse fondata da Amilcare Rambaldi quasi per chiedere scusa del suo contributo fondante al Festival di Sanremo. A chiudere la serata però c'era Enrico Ruggeri, finalmente Premio Tenco, su cui sembra gravasse un'assurda conventio ad escludendum. 

Insomma, vuoi vedere che l'aggettivo mancante è quello «politico»? Il Tenco, e gli sia resa lode anche per questo, non ha mai fatto segreto delle sue idee, non lo ha fatto il partigiano Rambaldi, non lo potrebbe certo fare l'attuale presidente Sergio Staino. E, soprattutto ha permesso ai vari Guccini, Vecchioni, Conte, di crescere in un ambiente «sano», mentre al pubblico italiano regalava la prima - e spesso anche unica - volta di Georges Brassens, Tom Waits, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Jacques Brel, Atahualpa Yupanqui, Randy Newman, Pablo Milanes, Charles Trenet...

«Ecco, proprio il fou chantant di Douce France, un passato di destra, sospettato addirittura di collaborazionismo con il governo di Vichy, fu premiato nel 1981, addirittura dalle mani di patron Rambaldi: forse la provenienza politica non era poi così importante nemmeno nel passato», rifletteva Samuele Bersani nei camerini, prima del suo miniset: «La definizione di cantautore, di singer-songwriter, mi sta bene perché è quello che faccio, che ho scelto di fare, ma non è automaticamente un sigillo di qualità, anzi magari spaventa pure qualcuno. Negli anni Settanta c'erano cantautori muffosi e maestri che ci illuminano ancora la strada. Io devo la mia carriera a Lucio Dalla, ma perché mai dovrei negarmi il piacere di cantare Mogol/Battisti?». Così Samuele aggiungeva alle sue perle in scaletta «Il leone e la gallina», in attesa che Giulio Rapetti venga domani a ritirare il suo premio alla carriera, altro segnale di apertura/distensione o, per altri, di svendita degli ideali, di fine della diversità cantautorale, di resa al mercato canzonettaro. 

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Sia come sia, in un gioco di pacificazione forse ormai superato dai fatti, è stato proprio Ruggeri ad aprire la serata con la sigla tenchiana di «Lontano, lontano». Lui la sua esibizione se l'è goduta tutta, con un sorriso beffardo, senza alimentare polemiche, ma togliendosi qualche sassolino dalle scarpe: «Torno dopo un unico invito, nel 1988. Sono passati 31 anni, in mezzo nessun mio disco, nessuna mia canzone ha suggerito non dico un premio, ma nemmeno un mio ritorno come ospite. Certo che su di me pesava l'etichetta di uomo di destra, mentre l'unica che mi si addice davvero è quella di uomo libero, senza aggettivi, come le canzoni, che devono andare oltre gli steccati. Io ho scritto il primo brano mai intitolato a un Trans, ho parlato di pena di morte, di Primavera a Sarajevo... Roba di destra? A Sanremo ormai ho vinto tutto, dal Festival al Tenco, non è mai troppo tardi. Ed è bello essere qui tra cantautori-cantautori senza che a nessuno sia chiesto il passaporto politico, tra autori giganteschi come Mogol, musicisti eccelsi come Stefano Bollani, interpreti straordinarie come Fiorella Mannoia. Madame? Peccato che non ci sia, non la conosco bene, volevo ascoltarla da vicino».

Gianni Coscia, novantenne mito della fisarmonica, i Fratelli Mancuso, Pietro Voltarelli (in versione «international» con Joan Isaac e Rusò Sala, tra traduzioni di Vysotksy e Serrat, oltre a «E penso a te»), e Piero Brega hanno completato la serata condotta come sempre da Antonio Silva.

Stasera arrivano la neotropicalista Marisa Monte, il premio Oscar uruguayano Jorge Drexler, Alberto Patrucco che ricorda Brassens a 40 anni dalla morte e a 100 anni dalla nascita, Mannoia (a quota 6 vittorie, come De André e Conte) con Danilo Rea, Paolo Pietrangeli (più versione «Lo stracchino» che «Contessa»). Insomma ancora canzoni senza aggettivi, ma non certo senza qualità, anzi. Vuoi vedere che il problema è, invece, quello dell'età media dei premiati, dell'invecchiamento della nostra canzone d'autore, che ha ceduto a certo rap, oggi peraltro in affanno anch'esso, il compito di remare in direzione ostinata e contraria, ma nel nome della grande bellezza canora?

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