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Rocco Hunt, da Ana Mena a Insigne successo «with friends»

L'exploit sanremese del 2014 con «Nu juorno buono»

Giovedì 12 Maggio 2022 di Federico Vacalebre
Rocco Hunt, da Ana Mena a Insigne successo «with friends»

Il colpo d'occhio è di quelli imponenti: 6-7.000 persone (moltiplicate per due per avere il totale nei due sold out) in cui per Rocco Hunt è dolce naufragare. La tensione del debutto, un debutto così atteso, ormai rimandato da due anni, c'è, ma si stempera in applausi, cori, cuoricini, slogan, abbracci a distanza. Il «Libertà+Rivoluzione tour» non ha bisogno di effetti scenici, il ventiseienne rapper salernitano ha dalla sua la complicità del pubblico, che canta ogni pezzo dalle prime note e indovina persino gli ospiti prima che arrivino, che si tratti di Lorenzo Insigne («Il mio cuore resta qui»), Clementino, Ana Mena, Geolier, Luche', Nino D'Angelo arrivato al volo dal Gargano, dove stava girando «Inferno, tra Dante e il presepe napoletano» di Mimmo Paladino con Toni Servillo e Sergio Rubini.

Nazo in console pompa i groove, Gianluca Brugnano alla batteria li rende più corposi, Alessio Busanca alle tastiere aggiunge colore e calore. Si inizia, inevitabilmente, con «Libertà», inteso come un esorcismo dopo la pandemia e la reclusione e la rinuncia allo stare insieme uniti dalla musica, poi arrivano subito «Nun se ne va», «Discofunk», «Rivoluzione»...

Dall'exploit sanremese del 2014 con «Nu juorno buono», inevitabilmente posta qui a conclusione di show, RH ha costruito uno stile, e con quello ha trovato la «sua» platea: al Palapartenope molti sono i giovani e i giovanissimi, ma non mancano gli adulti, non solo venuti per accompagnare i figli. Con cinque album in nove anni ha mostrato la duttilità del suo hip hop, verace, ma capace di reggere la prova internazionale (Ana Mena l'ha portato al successo in Spagna ed in Francia), di tingersi di suoni latini, di attingere al romanticismo della canzone neomelodica ma in salsa urban, di usare il suo flow come una carezza e non come un clava anche se, quando serve, sa ancora picchiare.

È felice Rocchino dalla Ciampa di Cavallo, il quartiere salernitano che ha ascoltato i suoi primi freestyle, quando porta sul palco la moglie e il figlio, quando mostra un filmato in cui da bambino scandiva versi strampalati quasi a divinare il suo futuro da rapper, ma anche un videomessaggio dell'amico Alessandro Siani che lo saluta tra gag sui titoli del suoi ultimi dischi: «Hai fatto Libertà ed è venuta la pandemia, hai fatto Rivoluzione ed è venuta... la guerra. Mo' facci un piacere... non fare più niente, statte a casa».

«L'urdemo vaso», «Benvenuti in Italy», «Te penso ancora» preparano al travolgente siparietto con Clementino, il primo a scommettere su di lui: «Capocannonieri» è un dichiarato inno alla legalizzazione della marijuana, «'O mare e o sole» un esempio di come l'unione, e il senso delle radici, faccia davvero la forza.

«L'ammore overo» si veste d'acustico, «Stu core t'apparten», «Che me chiamme a fa» e «Ti volevo dedicare» danno il senso di una scaletta che sa lambire il romanticismo prima di tornare all'ironia, l'impegno civile da megafono di una terra che vuole essere detta del sole e non dei fuochi prima di ritrovare la voglia di «pariamento» personificata da Ana Mena nei duetti di «Un bacio all'improvviso» e «A un passo dalla luna».

E quando Rocchino - che ormai è diventato un uomo, ma com'è difficile eliminare quel diminutivo per chi ha scommesso su di lui quando era uno scugnizziello - saluta il suo popolo con «'Nu juorno buono» c'è un verso che assume un significato speciale per lui, per il pubblico del Palapartenope, per tutti: «È nu juorno buono... a quanto tiemp' cca nun stev' accussi'».
 

Ultimo aggiornamento: 13 Maggio, 08:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA