«Torno al San Carlo»,
la promessa di Muti

di Donatella Longobardi

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«Sì, ritorno. E ritorno per dirigere orchestra e coro del San Carlo». Dopo l'ultima replica del «Così fan tutte» con la regia della figlia Chiara, lo striscione sistemato dalle maestranze sul loggione che gli chiedeva di tornare, quindici minuti di applausi ritmati e standing ovation, Riccardo Muti annuncia un nuovo progetto a Napoli dove farà anche tappa con la Chicago Symphony nel 2020. In teatro sperano si possa allestire un'altra opera, sempre nel 2020, il maestro non promette.

«Ho molti impegni già stabiliti, il lavoro di una messa in scena è complesso e lungo, vedremo. Certamente lavorerò di nuovo con le maestranze sancarliane», dice il direttore che negli ultimi anni ha guidato tre volte l'orchestra, ma in occasione di concerti, l'ultima opera risaliva a trentaquattro anni fa. Il bilancio dell'operazione Mozart sembra estremamente positivo: «Ho trovato un teatro in grande forma, chi lavora qui merita rispetto». E chiarisce: «Io sono molto critico con me stesso a volte faccio delle espressioni eloquenti mentre dirigo, ma se c'è un errore non me la prendo. Tutti possiamo sbagliare, fare una stecca. Mi arrabbio se non si obbedisce ai dettami dinamici. Mi dà fastidio l'approssimazione. La nostra professione di musicisti - e l'ho imparato in questa città dove sono nato e mi sono formato - è come una missione. Mi auguro da anni che chi ci governa prenda a cuore le sorti della cultura e della musica in particolare. Si deve rendere più agevole, dal punto di vista finanziario, la vita di quelli che lavorano in un teatro, orchestre, cori, tecnici».

A questo proposito, Muti non tralascia di sottolineare che «è difficile lavorare in un teatro, occorre preparazione, competenza». E scherza: «Può capitare un direttore poco esperto, uno genio, uno che salta e canta... Non ho mai capito il perché oggi vanno di gran moda direttori che canticchiano sul podio. Il mio maestro Antonino Votto, a sua volta allievo di Toscanini, lo diceva sempre: tieni la bocca chiusa. Se apri la bocca si chiudono le orecchie e non senti quel che succede in buca o sul palcoscenico. Lo ripeto ai miei allievi, giovani che vengono da tutto il mondo per la mia Academy di Ravenna che dal prossimo anno trasferirò anche in Giappone. Io, che sono al tramonto della mia attività, spesso mi fermo, mi limito a dare qualche attacco. Se le prove sono state esaustive, se l'orchestra ha concertato bene, va avanti da sola, bastano pochi cenni se l'intesa è giusta anche con i cantanti, lo si è visto in questi giorni al San Carlo».

Nel foyer il maestro firma copie di cd e dvd. Tra i tanti fan spunta al completo il cast dell'opera: Maria Bengtsson (Fiordiligi), Paola Gardina (Dorabella), Alessio Arduini (Guglielmo), Pavel Kolgatin (Ferrando), Emmanuelle de Negri (Despina), Marco Filippo Romano (Don Alfonso). Tutti in fila insieme con il direttore artistico Pinamonti e il segretario artistico Andolfi per farsi firmare libretto e spartito. Per tutti Muti ha un saluto particolare, un consiglio. Anche i professori del coro e dell'orchestra applaudono il maestro, accanto alla sovrintendente Rosanna Purchia lo ringraziano, gli chiedono di poter lavorare di nuovo insieme. Qualcuno azzarda: «Maestro, Napoli è la sua sede ideale, resti con noi». Lui si schernisce: «Vado preso come le medicine, a piccole dosi».

Ma in questi giorni napoletani, tra le prove e le recite del capolavoro mozartiano, Muti ha avuto un po' di tempo non solo per conoscere meglio il San Carlo di oggi. Ha girato la città, rivisto luoghi della sua giovinezza, approfondito la conoscenza dei tanti tesori che Napoli conserva. «E ho visto sì degrado e problemi, come nel caso del cimitero delle 366 fosse o del Conservatorio, ma ho visto pure ricchezze immense. Non sopporto l'idea di sentir parlare di Napoli e dell'Italia solo per fatti di camorra e disastri. Qui c'è una civiltà antica. L'ho detto al premier Conte e al sindaco de Magistris regalando loro i mandarini del Vesuvio: la buccia emana l'odore del Natale, un patrimonio umano e civile antico, delle nostre terre. Napoli è sede di luoghi sacri, come il San Pietro a Majella, come il San Carlo. Sarò della vecchia guardia, un po' obsoleto, ma per me il palcoscenico del teatro è cosa da rispettare, qui sono passati tra gli altri Rossini e Donizetti, vorrei che i giovani lo capissero».
Martedì 4 Dicembre 2018, 12:01
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1 di 1 commenti presenti
2018-12-05 01:32:08
Grande Muti!

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