Carmen Pellegrino

Le stanze dell'addio

di Carmen Pellegrino
È un libro di attraversamenti, Le stanze dell’addio di Yari Selvetella (Bompiani, 2018).

C'è un uomo che in un giorno qualunque, in un posto qualunque, si accorge che la sua vita sta per cambiare per sempre. È la sua giornata all’inferno che si ripeterà uguale in ciascuna delle stanze in cui deciderà di entrare, stanze congestionate di ricordi, stanze in cui si susseguono le confessioni.

C’è un amore, quello trovato spingendosi un po’ più in là della propria solitudine. Un amore fatto anche di parole, di libri letti e scritti. Di figli, tutti uguali e ciascuno unico a suo modo. Un amore irriducibile, ma inutile se non protegge e non cura, se non difende e non può: “Un amore crudele sento di portarmi addosso, come l’amore di Dio”. Così appare. Così è.

C’è una malattia, quindi, che non rallenta la sua oscena corsa e consuma il corpo di colei che è così amata e lo modella in qualcos’altro, mentre la luce che le ballonzola addosso è sempre la stessa e lui la riconosce. C’è un ospedale dove tutto questo avviene, che è un altrove incerto, una capsula fuori dal mondo - germi, tossine, sprezzo, corridoi gelidi in cui spesso si dimenticano i diritti di chi vive in nome di un’idea astratta della vita.

Si sopravvive alla perdita di una persona amata?

Come in Diario di un dolore di C. S. Lewis, Yari Selvetella riflette sul dolore umano senza teorizzarlo, sulla necessità di darsi una speranza – la vita che prosegue il suo corso, nel corso tortuoso di eventi incomprensibili, ingiustificabili – ma non fugge il lutto, piuttosto lo trascende. E non nega la nostalgia, non vi si sottrae, il che sì varrebbe come una dichiarazione di resa.

La forza del libro è nella scrittura: il ricorso a una lingua che attinge dalla poesia, dai simboli. È la parola che ripara, la parola che rimedia al non detto; che si oppone all’oblio, lo riscaccia, e consegna una storia personale e intima alla perennità di un riconoscimento più ampio: il dolore narrato non è altro da me che leggo, mi riguarda, parla al dolore che non so dire e nascondo, e nascondendolo lo ingigantisco, ne faccio un mausoleo, mi genufletto ad esso.

In forza dell’assenza di chi ha così tanto contato, Yari Selvetella ci mostra che la vita ha in sé il furore del naufrago: anche se tutto intorno non è che una distesa d’acqua che inghiotte – un vortice che a un certo punto diviene una tentazione se si è giunti al limite del sopportabile, se invisibilmente anche noi ci disfiamo e non lo sappiamo più se vale la pena andare avanti - quello che poi accade è che si prosegue. Pian piano, con circonlocuzioni di braccia ora trattenute e incerte, poi sempre più sicure, si raggiunge una sponda e ci si aggrappa. È una promessa fatta ai morti.
 
Mercoledì 28 Marzo 2018, 18:19
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