Gigi Di Fiore
CONTROSTORIE di
Gigi Di Fiore

Appunti sul terremoto di Amatrice, il dietro le quinte dell'informazione

Venerdì 2 Settembre 2016 di Gigi Di Fiore
Vigili del fuoco tra le macerie di Amatrice
E' insopportabile la retorica dell'io c'ero, insopportabile rappresentare se stessi nello scenario del dolore altrui. Rileggendo alcuni appunti, mai utilizzati, su Amatrice, mi ritornano flash d'osservazione su quei luoghi di morte, terrore e macerie. Anche scene che ora mi appaiono grottesche, da campionario dell'assurdo in una tragedia.

Il terremoto di Amatrice era non distante da Roma e questo ha reso assai "notiziabile" l'avvenimento. In poche ore, in provincia di Rieti si sono catapultati decine e decine di cronisti, inviati, operatori, fotografi, osservatori. Italiani e stranieri, perchè a Roma c'è la sala stampa esteri con corrispondenti di tutto il mondo. E sono spuntati in mezza giornata anche cronisti spagnoli, inglesi, giapponesi, tedeschi, francesi.

Sorpresa ad un collegamento di un giornalista inglese.  Poco prima dell'accensione delle telecamere, con lo sfondo di una casa crollata a inizio paese, il giornalista estrae uno specchietto con cipria e spugnetta. Se ne sparge un po' sul volto, tanto per eliminare il pallore e, così pronto, comincia il suo collegamento. E' il circo mediatico?

C'è la scossa delle 14,36 di giovedì 26 agosto. Tutti i giornalisti vengono tenuti in quei momenti lontani dalla zona rossa, con un cordone di carabinieri e vigili del fuoco. L'inviata della Rai è al sicuro, come gli altri. Fa la sua diretta, è lì come molti altri giornalisti, ma viene subito definita dai suoi colleghi a Roma "coraggiosa".

La gente è insofferente a tanta mancanza di sensibilità, specie nelle prime ore. Non ci stanno a dover per forza rappresentare lo spettacolo del loro dolore. Per fortuna, ad Amatrice, nei primi giorni le telecamere vengono bloccate fuori la tendopoli. Si è evitato la corsa dei cronisti tra le tende, in cerca di qualche persona disposta a farsi riprendere. Molti erano infastiditi da quell'assedio senza pietà, specie quando le telecamere indugiavano sulle lacrime: "Non ti vergogni, non ti fai schifo a riprendere?" ha urlato qualcuno, anche all'inviata della trasmissione famosa.

Il cinismo non si sposa con la discrezione. Quando viene estratto un cadavere, i vigili del fuoco alzano un lenzuolo per fare barriera. Ma le rapaci telecamere si accendono lo stesso, noncuranti della presenza dei parenti distrutti, in attesa. Non servono gli inviti al rispetto per il dolore, che continuano a lanciare i carabinieri. L'informazione prima di tutto, anche quando non diventa altro che spettacolo sulla pelle altrui.

Quando qualcuno accetta di parlare a telecamere accese, quando si abbatte il muro di ostilità e dolore, è una rincorsa: tutti si affrettano a raccogliere le stesse parole, lo stesso racconto, dallo stesso volto e dalla stessa voce. Una moviola in continua azione. Tante telecamere, nella moltiplicazione di televisioni, siti Internet, freelance da social. Tanto di tutto. Trentasei anni fa, in Irpinia, quando non esistevano telefonini, pc, o Internet e le telecamere si contavano sulle dita di una mano, i giornalisti arrivarono tra i primi in scenari di morte senza luce e strade interrotte e precarie. 

Il Mattino fu in prima fila ad aiutare, fornire notizie impossibili, assicurare un servizio di orientamento anche ai soccorritori. Si mobilitò una redazione intera, i giovani furono proiettati sul campo come i loro colleghi più anziani. Con umiltà, senza sentirsi arrivati. Guidati e coordinati da chi era in redazione a Napoli e ad Avellino. Non c'era lo spettacolo del dramma, non si puntava al protagonismo del proprio volto in diretta che diventava primo piano con morti e macerie a fornire solo uno dei tanti pretesti. E nessuno si azzardava a rincorrere indiscrezioni o notizie seduto a tavolino, da lontano, orecchiando, perchè trentasei anni fa non esistendo Internet i social network non erano ancora nati. Invece, questo terremoto troppo vicino a Roma, troppo facile da raggiungere e da raccontare, è stato un collegamento continuo. A volte inutile, nella rincorsa al già visto e già raccontato. Ma questo è, ormai, il presente e il futuro della nostra società dell'informazione globale h24. Che non  fa sconti a silenzi e alla discrezione. Ultimo aggiornamento: 03-09-2016 19:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA