Imprenditore suicida in cella,
dopo sette anni tutti assolti

Mercoledì 13 Gennaio 2021 di Mary Liguori

Le strade della giustizia a volte sono infinite o talmente lunghe da smarrirsi in vicoli ciechi e ritrovare la luce solo quando è ormai troppo tardi. Sette anni dopo l’arresto e il suicidio di Mario Cantone, la tranche d’inchiesta in cui fu coinvolto si è dissolta come una bolla di sapone: il tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha assolto suo fratello Luciano e i loro ex dipendenti, imputati per gli stessi fatti contestati al deceduto, dall’accusa di essere stati in società con il clan dei Casalesi per la gestione di due sale bingo ad Aversa e Teverola. Il procedimento, datato giugno 2013, fu frutto di una maxi inchiesta che portò al sequestro di beni per 450 milioni di euro e all’arresto di decine di persone in tutta Italia. Tra loro c’era anche Mario Cantone, 46 anni, un passato da giocatore dell’Atalanta, poi imprenditore che, insieme al fratello, era titolare di sale bingo che, secondo la Dda, erano invece nelle disponibilità del clan Russo, costola aversana dei Casalesi dedita alla gestione del business del gioco e delle slot machine. Poco dopo la retata, Luciano Cantone e gli altri imputati ottennero i domiciliari. Non Mario, al quale la Dda contestava l’affiliazione alla cosca. Per due volte, dal carcere di Santa Maria Capua Vetere, il 46enne chiese aiuto e per due volte gli furono negati i domiciliari. Né ottenne agevolazioni in virtù delle sue fragili condizioni psichiatriche. Anzi, fu dichiarato compatibile con il regime carcerario e quindi lasciato in cella. Ma Mario era innocente - e forse la sentenza emessa ieri per suo fratello ne è la prova - e in quelle quattro mura non resistette. Si tolse la vita nel febbraio del 2014 impiccandosi alle sbarre della cella. «Nessuno ha voluto ascoltare nonostante fosse chiara la fragilità e la sofferenza di Mario - disse all’epoca la sorella, Luana -. I magistrati non hanno tenuto conto della salute di mio fratello, rigettando le richieste di scarcerazione e negando la perizia medica esterna. Ciò ha gettato Mario nello sconforto, non ha retto al regime della detenzione». La sentenza assolutoria di ieri riaccende il dolore e la rabbia dei familiari per una vita rovinata da quello che, almeno in questo primo grado di giudizio, appare come un clamoroso e drammatico errore giudiziario. 

«L’assoluzione di Luciano Cantone ristabilisce la memoria del mio amico Mario, fratello dell’attuale imputato - ha detto l’avvocato Francesco Liguori a nome della famiglia - Mario fu arrestato per gli stessi fatti e, addirittura, indiziato di appartenere al clan dei Casalesi e, proprio per questo, sottoposto al più afflittivo regime carcerario. Per mesi ha urlato la sua innocenza. Era molto prostrato, anche perché il Riesame impiegò oltre tre mesi per depositare le motivazioni del rigetto e, di conseguenza si dilatarono anche i tempi del ricorso in Cassazione». «All’epoca - continua il penalista - depositai al gip un’istanza per far entrare in carcere uno psichiatra che potesse supportarlo, ma anche questa richiesta fu respinta e dopo poche settimane Mario si impiccò, lasciando la moglie i suoi due figlioletti per sempre privi del suo affetto. Adesso, almeno, i figli possono andare a testa alta: il padre non era un camorrista». 

Per due volte Cantone fu interrogato dai magistrati e cercò di difendersi dalle gravissime accuse che gli venivano mosse. «Mi chiedevano il pizzo, non ero il loro socio: ero il loro bancomat, non potevo rifiutarmi. I camorristi mi estorcevano denaro per consentirmi di tenere aperta la sala bingo - disse ai pm in entrambe le occasioni in cui fu ascoltato - Una volta mi hanno anche picchiato perché mi ero “permesso” di comprare del mobilio da un rivenditore che non era quello sponsorizzato dai Casalesi». Cantone stava male, ma si difese quando gliene fu data l’opportunità. Fu tutto inutile. Restò in cella. E poi si uccise. Ieri il tribunale di Santa Maria Capua Vetere, a sette anni da quei fatti, ha assolto con le formule perché il fatto non costituisce reato e per non aver commesso il fatto sia il fratello di Mario, Luciano Cantone, che gestiva con lui le sale bingo, sia i loro ex collaboratori Luca D’Errico, Ferdinando Galluccio e Anita Turro, difesi dagli avvocati Giuseppe
e Vittoria Pellegrino e Michele Dulvi Corcione. Per Mario la sentenza è arrivata troppo tardi, ma - per quanto possa valere - almeno la sua memoria è riabilitata.

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