Tony Tammaro si racconta in un libro: «Ecco com'è nata la canzone tamarra»

Martedì 2 Giugno 2020 di Federico Vacalebre
Tony Tammaro

Vincenzo Sarnelli, pardon Tony Tammaro, ha conservato un candore di fondo, una semplicità di racconto, che gli permette di descrivere con naturalezza la stagione della canzone tamarra di cui è stato protagonista. Lo conferma Io, Tony Tammaro Antidepressivo naturale senza effetti collaterali, libriccino scritto dopo essersi sdraiato sul lettino dello psichiatra cinefilo Ignazio Senatore.

«Ha girato con la sua chitarra tutti i 550 comuni della regione, portando la musica anche in quelle amene località dove non si sarebbero mai esibiti Vasco Rossi o Ligabue»: sembra uno slogan di lancio, di quelli da aletta di copertina che non dicono mai il vero, ma è pura realtà. Tant'e che Vincenzo Sarnelli, pardon Tony Tammaro, spiega fiero perché non è mai approdato a una major o una tv nazionale, perché si è «ciaciato» in un successo orgogliosamente local, senza inseguire Sanremo (ma ha vinto tre Sanscemo) o grandi promoter, scegliendo di militare in quella che lui chiama «la serie C della canzone», ma da cannoniere però: la serie A è quella di chi riempie gli stadi, la B di chi riempie i teatri, la C di chi riempie le piazze, senza biglietto, quindi, e con contorno obbligatorio di odore di salsicce e mandorle caramellate.

Tra il serio e il faceto, la narrazione racconta il conflitto generazionale con papà Egisto Sarnelli, raffinato e verace chansonnier armato di chitarra, Gauloises e bicchiere di whisky («il cane in un bicchiere, ovvero il miglior amico dell'uomo», sorrideva dividendo la bottiglia con gli amici), per cui Salvatore Di Giacomo aveva tracciato il solco da non oltrepassare e Beatles e Pino Daniele erano pericolosi eversori. Tony è moderatamente modernista, a Carosone e Taranto aggiunge come punti di riferimento Edoardo Bennato e Joao Gilbero ed inventa la canzone tamarra «per caso, anzi per scelta», perché tra Vomero e rione alto tutti additavano con fastidio la razza tamarra, esuberante, volgare, inevitabilmente scamazzata e perdente. «Beautiful losers», anzi solo «losers», perdenti, perché alla bellezza la società sembra aver negato loro il diritto. Tammaro li prende in giro, ma tira fuori il tamarro che è in lui e in noi. È felice quando, una sera, fa sedere al tavolo di amici magistrati alcuni suoi rumorosissimi fan e le due tribù finalmente si parlano.

Se cammina per via Toledo con il padre fanno a gara per vedere chi dei due è più famoso: contano ogni persona che li ferma. Quando è con la moglie Antonella, ancora oggi, deve spiegare che lei non è la «Patrizia» della sua canzone più famosa, costatagli qualche schiaffo per strada (ormai è difficile essere una Patrizia di Baia Domizia) e pubbliche scuse al Comune, come pure a quello di «Scalea», anche se i due brani sono entrati tra i moderni classici della canzone newpolitana, come «'O trerrote».

Sociologo spontaneo, narratore dal basso e del basso senza sentirsi mai troppo in alto, ma cercando di non farsi fagocitare nella sua tammarreide, come nell'estetica dell'inorganico (Perniola docet) che ci culla nell'era dello sdoganamento trash, Tony non manca di ricordare com'è iniziato tutto: con le cassette pirata di Mixed by Erry (che lo rimproverò per il ritardo nell'uscita di un nuovo album da falsificare: «Pure nuje amma campa'», più o meno, il messaggio inviatogli). E, ancor prima, al Clarinetto, il localino posillipino di Alan De Luca, che poi gli «scippò» le sue prime canzoni e riuscì a conquistare il «Maurizio Costanzo show».

Alla fine del libro ci sono alcuni dei suoi esilaranti testi, da «E v''a facite appere» a «Il parco dell'amore» («Parcheggiamo là/ è il posto giusto pe' chi vo' chia... mmà»), «Il rock dei tamarri», «Supersantos» («che finivi sempre dentro alla puppù»), «Se potrei avere te». E una galleria fotografica. Quello che manca si trova su YouTube, dove la discografia di Tony Tammaro è un culto, dalla «Prima cassetta di musica tamarra» del 1989 sino a «Tokyo Londra Scalea» del 2015 passando per «Munnezzarium» e l'epico «The dark side of the munnezz».

Alla fine, mentre chiudi il libro, ti accorgi che stai cantando a voce bassa: «Eri la reginetta di tutta Baia Domizia/ avevi un nome semplice, il tuo nome era Patrizia./ Eri una tipa splentita in mezzo agli ombrelloni/ stringevi nella mano la tua frittata di maccheroni/ Patrizia.../ Oh oh oh oh, oh oh oh oh/ Patrizia».

Ultimo aggiornamento: 4 Giugno, 12:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA