Il grande scippo del BancoNapoli, la Fondazione si muove con il Tesoro

Venerdì 11 Settembre 2020 di Gigi Di Fiore

L'appuntamento è fissato per lunedì mattina. La Fondazione Banco di Napoli spiegherà l'iniziativa avviata per «far luce sulle ombre che determinarono il crollo del più importante istituto di credito del Meridione». Ne fornirà i dettagli la presidente Rossella Paliotto con l'avvocato Francesco Caia, consigliere delegato al settore legale.

Nulla trapela quattro giorni prima, ma il comunicato stampa parla di «azioni avviate mercoledì 9 settembre per ottenere dallo Stato italiano un giusto riconoscimento». La logica porta all'insediamento di due anni fa del nuovo consiglio della Fondazione, che prometteva un'azione civile per ottenere un risarcimento e un indennizzo sulle vicende legate alla crisi del Banco di Napoli con le leggi approvate nel 1996 per il salvataggio di quello che era il principale istituto di credito del Mezzogiorno. Un pezzo di storia di Napoli, con origini risalenti a 5 secoli fa.

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La gestione di quella crisi viene giudicata da molti frettolosa, decisa sulla pelle dei risparmiatori soprattutto meridionali e con «molte ombre». Tutto risale alle legge che vietò partecipazioni pubbliche nelle banche, che da allora furono gestite da società per azioni private responsabili della gestione del credito. Nacquero allora anche le Fondazioni che, emanazioni delle banche originarie, ne sarebbero diventate principali azioniste con compito mirato di finanziare attività culturali e sociali. Fu l'origine anche della Fondazione Banco di Napoli, oggi diventata custode della storia dell'istituto con l'archivio e del secolare marchio d'origine.

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Il 27 febbraio scorso, la Corte dei conti si occupa per la prima volta di quella che era stata la Sga spa, la società cui nel 1996 si affidò per legge il compito di recuperare i cosiddetti «crediti difficili», quelli che avevano determinato la frettolosa dichiarazione di crisi del Banco. La Corte dei conti se ne occupa perché la società è diventata pubblica nel 2019, acquisita dal Ministero dell'economia e delle finanze (il Mef) dopo un cambio nel 2016 dell'oggetto sociale in società di intermediazione finanziaria. Da quel momento, la Sga perde la ragione principale per cui era nata, il recupero dei crediti difficili del Banco di Napoli, e allarga le sue attività al salvataggio delle due banche venete in fallimento: Veneto banca e Banca popolare di Vicenza. Non solo, un anno fa, la Sga spa cambia anche oggetto sociale e nome, diventando Amco (Asset management company), su cui ha relazionato la Corte dei conti. Ammontavano a circa 6,4 miliardi di euro i crediti del Banco di Napoli da recuperare nel 1996, dopo la ricapitalizzazione con fondi del Tesoro dell'istituto partenopeo. Quei crediti «inesigibili» in fondo non lo erano così tanto se il dossier, chiesto dal governo Renzi nel 2016, afferma che «il recupero è stato in gran parte attuato e la Sga è rientrata di circa il 90 per cento delle esposizioni cedute dal Banco di Napoli (fonte Borsa italiana)». Una società in attivo, grazie proprio a quei crediti che appartenevano al Banco e che erano stati acquistati sotto prezzo: 6,4 miliardi di euro rispetto a un valore lordo di poco inferiore a 9 miliardi di euro. Scrive sette mesi fa la Corte dei conti: «Circa il 62 per cento delle attività è stato recuperato rispetto al valore originario lordo, mentre l'86,5 per cento sono i recuperi rispetto al prezzo pagato da Sga nel 1996, di cui circa il 75 per cento prima del 2005».

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I primi a chiedere il conto al Mef sono stati i principi Mariano Hugo e Manfred Windish Graetz, i due fratelli triestini principali azionisti privati del Banco di Napoli quando il ministero del Tesoro azzerò tutto acquisendone la piena partecipazione. Hanno citato il Ministero, chiedendo 75 milioni di risarcimento. Nel 1996, possedevano 7,5 milioni di azioni attraverso 4 società per un valore di circa 15 milioni e mezzo di euro. I principi, fondatori e proprietari tra l'altro del gruppo birraio Prinz Brau, si sono affidati all'avvocato romano Roberto Aloisio, rivendicando, terminata l'attività della Sga sul recupero dei crediti «inesigibili» del Banco di Napoli, quello che la legge del 1996 prometteva all'articolo due. In sostanza, gli azionisti spodestati avrebbero potuto rivendicare in proporzione alle loro quote parte dei fondi recuperati dalla Sga. Si legge nella citazione notificata più di un anno fa al Mef: «La Sga ha recuperato i crediti incagliati in un tempo 4 volte maggiore di quello stabilito dalla legge... Oggi la liquidità della Sga ammonta a circa 500 milioni di euro e terminerà probabilmente il suo mandato con 700 milioni di euro in cassa».

C'è un problema, che ha rilievo politico e ha inciso anche sulle scelte dei governi degli ultimi 4 anni: quell'attivo della ex Sga oggi Amco sono confluiti nel fondo Atlante destinato a salvare le due banche venete, dopo il cambio di statuto della società e la sua piena acquisizione da parte del Ministero dell'economia e finanze. Osserva la Corte dei conti: «La società ha recuperato nel tempo ben più dell'originario valore delle cosiddette attività problematiche del Banco di Napoli, realizzando incassi per 249,5 milioni di euro». E il governo, nel 2016 presieduto da Matteo Renzi, concluse che nulla era dovuto ai vecchi azionisti del Banco perché gli oneri pubblici per il salvataggio, e quindi le spese governative, erano state superiori a quanto recuperato. E questo nonostante la vendita, nel 1997, delle quote maggioritarie del Banco alla Bnl per 63 miliardi allora di lire poi rivendute all'Imi-San Paolo di Torino per oltre 6000 miliardi di lire con una bella plusvalenza. Sono alcune delle famose «ombre» di cui si parla nel comunicato stampa della Fondazione Banco di Napoli, che promette un'operazione verità.
 


Osserva la relazione della Corte dei conti nel febbraio scorso: «Sul piano economico/contabile, l'assunzione da parte di Sga della gestione dei crediti deteriorati delle ex Banche venete ha alterato in maniera netta la dimensione finanziaria del suo bilancio già nell'esercizio in esame, sì da rendere non particolarmente rappresentativo il raffronto tra questo del 2018 e quello del 2017». Sono i governi successivi a quello di Renzi, quello di Paolo Gentiloni e i due di Giuseppe Conte, ad attuare la piena trasformazione della Sga in Amco che, certifica la Corte dei conti, ha nel 2018 un attivo di 47 milioni e 518.765 euro, con «significativo incremento sul 2017».

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Insomma l'Amco, che quando si chiamava Sga sembrava destinata a una missione impossibile, è diventata una gallina dalle uova d'oro. E proprio grazie ai famosi crediti «difficili» del Banco di Napoli. Così, i principi Graetz sono partiti prima di tutti. E appare probabile, ricordando gli annunci di due anni fa della presidente Rossella Paliotto, che sia maturato il tempo di una causa civile di recupero anche della Fondazione che del Banco di Napoli possedeva il 71 per cento delle azioni. Il presupposto della citazione dei principi Graetz è l'impugnazione dell'assemblea del Banco che, nel 1996, decise l'azzeramento di fatto delle azioni a favore del ministero del Tesoro «senza considerare le ragioni e gli interessi della Fondazione Banco di Napoli, degli azionisti privati e dello stesso Banco di Napoli» ha scritto nel suo atto giudiziario l'avvocato Aloisio. Così, il trasferimento dei guadagni della ex Sga al fondo Atlante viene definito «volontà di non adempiere agli obblighi assunti nel 1996». Obblighi che rivendica anche la Fondazione, su cui il governo, che ha pagato l'acquisizione della Amco 600mila euro, nella relazione del 2016 dice con chiarezza: «Vanno attribuiti al Tesoro gli eventuali utili di bilancio realizzati dalle società cessionarie dei crediti del Banco di Napoli (ovvero la Sga), nell'ambito del corrispettivo pagato dal tesoro per la ricapitalizzazione del Banco di Napoli, pari a 2000 miliardi di lire, mediante l'acquisto di azioni e dei diritti di opzione sulle stesse». Cosa fatta capo ha, insomma. Con buona pace dei miliardi del Banco di Napoli e dei diritti di quelli che ne erano azionisti.

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