Recovery Italia, i primi ostacoli per i fondi sono già all'orizzonte

Mercoledì 1 Dicembre 2021 di Gabriele Rosana
Recovery Italia, i primi ostacoli per i fondi sono già all'orizzonte

La grande partita del Recovery Plan entra nel vivo. Nel 2022 il gioco si farà serio (e forse anche duro) fra Bruxelles e le capitali europee: chi accumulerà ritardi o non sarà in grado di mantenere fede agli impegni rischia la sospensione dei pagamenti.

L’Italia, manco a dirlo, è la sorvegliata speciale. D’altronde, i vertici Ue lo ripetono spesso: il successo di tutto l’edificio di Next Generation EU si regge in buona parte sulla performance dello Stivale. Incassate le rate di pre-finanziamento tra estate e autunno dai 17 Paesi membri che ne avevano fatto domanda (sui 22 che hanno visto finora le loro strategie ricevere disco verde dall’Ue), il lungo viaggio del maxi-piano europeo per la ripresa dal valore di 806 miliardi non è che all’inizio. La corsa contro il tempo per rispettare gli impegni pattuiti con l’Europa durerà fino al 2026. Dopo un avvio pianeggiante, il percorso dell’Italia - prima beneficiaria in assoluto dei finanziamenti - presenta già qualche tornante impegnativo. A preoccupare non sono tanto le scadenze immediate, quelle da rispettare entro l’anno e che sbloccheranno la prima tranche effettiva di pagamenti diretti a Roma: il governo Draghi la domanderà nelle prossime settimane e la riceverà a inizio 2022. I timori semmai cominciano ad addensarsi sul futuro degli esborsi previsti d’ora in poi, visto che ogni semestre ci sarà una sorta di check up fra i funzionari del governo e quelli della Commissione per valutare il rispetto degli obiettivi intermedi e finali (le “milestones” e i “target”) individuati dal Pnrr.

L’ALLERTA

Ritardi e deviazioni di rotta farebbero scattare l’allerta a Bruxelles e anche in quelle capitali europee che guardano con scetticismo al maxi-esborso di 191,5 miliardi ottenuto da Roma, e puntano i piedi quando gli esponenti mediterranei insistono sull’opportunità di rendere permanenti alcuni aspetti del piano Ue, come il debito comune. Attenzione ai “frugali” (noti anche come “falchi”), insomma, che in caso di inadempienze potrebbero decidere di attivare il freno di emergenza previsto nel Recovery e portare così l’Italia sul banco degli imputati, di fronte ai leader nel Consiglio europeo. Ipotesi estrema con Draghi a Palazzo Chigi, ma che rimane sulla carta. I primi intoppi potrebbero arrivare già a inizio 2022: il cronoprogramma del Pnrr prevede infatti una serie di tappe dai contorni imprevedibili, dalla riforma dell’amministrazione fiscale alle regole sulla gestione dei rischi idrogeologici fino alle nuove assunzioni per la scuola; senza contare la grande spada di Damocle che riguarda l’effettiva capacità delle Regioni di mettere a terra gli interventi che sono stati loro demandati. Con tanti possibili imprevisti sul sentiero dell’ampia maggioranza che sostiene il governo, a cominciare dalla scelta del nuovo inquilino del Quirinale, la domanda comincia a prendere corpo pure nei corridoi delle istituzioni europee: cosa accadrebbe se il nostro Paese non dovesse essere in grado di rispettare gli impegni del Pnrr? La risposta, a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue, è laconica ma non lascia scampo a equivoci: i pagamenti si bloccherebbero e si aprirebbe una fase scandita da due passaggi. Primo, il congelamento degli esborsi rispetto ai quali non sono state mantenute le promesse, in attesa di chiarimenti su una possibile esecuzione ritardata al massimo di sei mesi. Se queste rassicurazioni, però, non dovessero arrivare o non dovessero convincere, ecco che scatterebbe inesorabile stop ai relativi fondi. L’Italia vedrebbe così diminuire proporzionalmente il mega-bottino del suo Recovery.

LE MODIFICHE

Certo, c’è sempre la possibilità di modificare il Pnrr. In questo caso, però, si tratta di un’ipotesi estrema su cui a Bruxelles nessuno vuole fantasticare apertamente. I supertecnici dell’esecutivo Ue si muovono in un terreno denso di incognite. Del resto, non c’è una vera casistica. Nessuno ha finora invocato una flessibilità che scatta solo se intervengono circostanze oggettive tali da rendere impossibile l’adempimento di quanto concordato, anche se in estate, nei giorni dei disastrosi incendi in Grecia, era stato il numero due della Commissione Valdis Dombrovskis ad aprire a questa ipotesi. Modifiche sì, ma a precise condizioni, su cui si accenderanno i riflettori Ue (l’ipotesi di scuola, per ora, resta proprio quella delle catastrofi naturali): nel caso in cui l’Italia dovesse proporre degli aggiustamenti al suo Pnrr, l’esecutivo comunitario dovrebbe infatti valutare le nuove misure proposte e gli obiettivi rivisti, esame cui farebbe seguito una nuova formale approvazione del Consiglio, con tutte le incertezze del caso e i possibili agguati del Nord Europa. Sullo sfondo c’è un ulteriore dato da tenere a mente: mentre la gran parte degli Stati temporeggia, spesso opzionando i soli sussidi, l’Italia è l’unico Paese ad aver già richiesto tutto il pacchetto del Recovery cui ha diritto, tanto sovvenzioni quanto prestiti agevolati. Che, dovendo essere ripagati, significano nuovo debito.

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Ultimo aggiornamento: 6 Dicembre, 17:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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