Smart working, nella pubblica amministrazione aumentano le pratiche-lumaca

Giovedì 9 Luglio 2020
Smart working, nella Pubblica amministrazione aumentano le pratiche-lumaca

Per molti dipendenti pubblici lo smart working nella Pubblica amministrazione si è tradotto in una vacanza. Questa la critica rivolta da più parti al dipartimento della Funzione pubblica. «Lo smart working, per quanto riguarda il nostro settore, ha peggiorato il rapporto con la Pa. Non è automatico che con la digitalizzazione l’efficienza della pubblica amministrazione migliori. Nel nostro caso è peggiorata», ha spiegato per esempio il presidente dell’Ance, l’associazione nazionale costruttori edili, Gabriele Buia, in un convegno dedicato alle semplificazioni.

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Gli stessi dirigenti pubblici sembrano bocciare l’esperimento, almeno nelle modalità con cui è stato fin qui realizzato: non per una scelta esplicita e meditata ma a seguito della necessità di assecondare il lockdown. Per l’Unadis, il sindacato dei dirigenti dello Stato, sono numerose le criticità legate al lavoro agile emergenziale venute alla luce durante la crisi sanitaria. «È mancato un progetto, una programmazione che chiarisse i compiti da svolgere e gli obiettivi da raggiungere», racconta il segretario generale dell’Unadis Barbara Casagrande. Il ministero della Pa di Fabiana Dadone si difende, ma accelera sul rientro in ufficio degli statali per coprire le falle. «Durante il lockdown il 90% dei dipendenti pubblici ha lavorato da casa, oggi gli smart worker nella Pa invece sono circa due su tre, ma non abbiamo motivo di pensare che non stiano assolvendo le loro funzioni».

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Sarà, ma per adesso colpisce l’assenza di dati sull’indice di produttività degli smart worker del settore pubblico. «È ancora troppo presto per tirare le somme, vedremo a settembre», si rifugiano in corner gli uomini della Dadone. Intanto però la Funzione Pubblica punta a riempire gli uffici pubblici in tempi celeri per mettere un punto alle critiche, segno che qualcosa insomma non ha funzionato. Entro fine anno il ministero della Pa conta di lasciare in smart working il 50 per cento dei lavoratori che svolgono attività eseguibili in modalità agile. Poi, da gennaio, attraverso il Pola, ovvero il Piano organizzativo del lavoro agile, l’asticella potrà salire al 60 per cento. A conti fatti, ciò significa che nel 2021 continueranno a lavorare da casa attorno ai 500 mila dipendenti pubblici, la metà rispetto al milione di statali preventivato inizialmente. Una novità che ha il sapore di una retromarcia.
 


Il Pola, previsto da un emendamento dei Cinquestelle al decreto Rilancio approvato nei giorni scorsi dalla commissione Bilancio della Camera, si pone come obiettivo quello d’individuare le modalità attuative del lavoro agile e di garantire ai dipendenti impiegati in smart working gli stessi benefit degli altri. Sono molteplici però le difficoltà affiorate in questi mesi di emergenza, proprio a causa dell’assenza di una reale progettazione. C’è chi ha lamentato orari di lavoro selvaggi. Ha pesato la lentezza dei collegamenti che ha ritardato l’invio delle pratiche. 

Ultimo aggiornamento: 09:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA