Cucchi, il padre legge in aula la lettera di Stefano per il suo compleanno: «Finalmente ci siamo ritrovati»

Lunedì 23 Novembre 2020

«Dopo tante battaglie e scontri finalmente ci siamo ritrovati, io con una nuova ed inaspettata voglia di vivere e di fare grandi cose come neppure immaginavo mesi fa, tu che, così grande (ma non di età), un costante punto di riferimento un uomo che forse non ha mai smesso di credere in me (forse l'unico)». Sono le parole che Stefano Cucchi inviò al padre in una lettera che risale all'agosto del 2006 e che oggi il padre del geometra morto nel 2009, a sette giorni dall'arresto per spaccio di droga, ha citato nel corso della sua testimonianza nel processo a otto carabinieri accusati di depistaggio. 

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«Capisci la vita comincia ora, - prosegue Stefano nella lettera - la nostra quella che ci stiamo costruendo insieme. Papà, io non credo che si possa vivere una seconda volta perciò godiamoci questa di vita ed affrontiamo insieme ogni traversia se ci sarà, solo così ci ritroveremo davvero». Oggi nell' aula bunker di Rebibbia, Giovanni e Rita Coccoli hanno rivissuto rivissuto, ancora una volta, quanto accaduto undici anni fa. Un ricordo tragico e presentissimo nelle parole dei due. La mamma di Cucchi non ha utilizzato giri di parole. «Questa storia ci ha distrutto fisicamente e economicamente, abbiamo passato momenti terribili», ha detto la donna nell'aula bunker di Rebibbia rispondendo alle domande del pm Giovanni Musarò. I genitori del trentenne romano sono tornati con la memoria a quei giorni. «Stefano aveva dei problemi ed entrando in comunità per 4 anni, ne era uscito, lavorava col padre dalla mattina alla sera e si stava ricostruendo una vita. Era tornato quello che era sempre stato da piccolo, stava benissimo. Aveva una vita davanti. Da anni non soffriva di epilessia. Mangiava di tutto, era goloso, non era anoressico, sieropositivo, tutte cose inventate e inaccettabili», ha aggiunto la madre. Dal canto suo Giovanni Cucchi ha ricordato che l'arresto del figlio fu «una doccia fredda». «Porto sempre con la lettera di Stefano per dimostrare che mio figlio teneva alla sua famiglia e noi a lui. Ilaria ha dovuto scrivere un libro per smentire che noi lo avessimo abbandonato», ha aggiunto. «La sera dell'arresto nessuno gli ha rivolto brutte parole - ha raccontato il padre di Cucchi -.Certo, eravamo delusi. In tribunale l'ho visto col volto sfigurato, gonfio come una zampogna e con borse sotto gli occhi. In aula Stefano mi disse 'papà, sono stati incastratò. Aveva la manette e buttandomi le braccia al collo mi disse 'è finità e io 'ti portiamo in comunità'». Pochi giorni dopo quell'incontro Stefano muore. «Quando vedemmo il suo cadavere all'istituto di Medicina legale, io che lo avevo partorito per una frazione di secondo ho fatto fatica a riconoscere mio figlio - ha spiegato la madre-. Era dentro una teca di vetro, con una marea di poliziotti intorno, coperto solo da un lenzuolo fino al collo. Solo dopo abbiamo scoperto il resto del corpo, con le fratture dietro la schiena. Era uno scheletro con gli occhi mezzi aperti, la bocca aperta. Quello non era Stefano. C'era un poliziotto che girava intorno a quella teca scuotendo la testa come a dire 'non è possibilè. Davanti a quel corpo abbiamo giurato che verità e giustizia sarebbero uscite fuori, l'avremmo fatto per lui». Poco prima la deposizione dei genitori è stata conclusa la testimonianza del generale Vittorio Tomasone, all'epoca dei fatti comandante del provinciale a Roma. Tornando con la memoria a quei giorni, il generale ha ricordato che «all'epoca aveva un rapporto frequente, quasi giornaliero con il pm Vincenzo Barba», titolare del fascicolo sulla morte del geometra. «Leggevo quanto scrivevano i giornali e io alla procura chiedevo se in questa storia c'entrassero o meno i carabinieri. 'C'è qualcosa che noi dobbiamo fare?' domandavo al pm».

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Ultimo aggiornamento: 20:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA