Napoli, piano del boss per colpire i pentiti: lettera dal carcere e minacce sui muri

Martedì 11 Febbraio 2020 di Leandro Del Gaudio

È stato progettato in Tribunale: un piano per colpire i pentiti, cacciare i rivali a colpi di incendi, rafforzare il proprio consenso nel quartiere, pur mantenendo la gestione degli affari criminali. Poi si è perfezionato grazie a contatti serrati con i detenuti (attraverso una lettera) e le loro famiglie. Un manifesto anti pentiti, che culmina in azioni plateali, decisamente ad alto contenuto mediatico: come tappezzare la strada principale del quartiere con scritte contro i collaboratori di giustizia - la ormai notoria «ztl Lo Russo» - con striscioni di minacce piazzati addirittura nei pressi di un asilo nido. 

È una informativa dei carabinieri a raccontare la strategia di Matteo Balzano, 23enne incensurato finito in cella venerdì scorso per una sfilza di reati di camorra. È indicato come il boss della rottura ma anche della continuità nell’area nord di Napoli: rottura verso i pentiti Carlo e Mario Lo Russo (e l’ex killer Mariano Torre), ma anche della continuità nel racket estorsivo (oltre cinquanta commercianti taglieggiati, zero denunce) e nella gestione delle piazze di spaccio.

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Ma cosa accadde in Tribunale nella primavera del 2018? Agli occhi di reggenti e aspiranti boss, fu la svolta: l’ergastolo rimediato da Ciro Perfetto e Antonio Buono, al netto di condanne più basse (12 anni) per Carlo Lo Russo e Mariano Torre, che incassavano il beneficio della collaborazione. Era troppo, agli occhi dei presunti emergenti della camorra napoletana. Sette giorni dopo, il quartiere venne costellato di scritte contro i pentiti dell’ex stato maggiore dei Lo Russo. Una strategia sofisticata, sottile, da parte dei ventenni di «abbasc Miano», che puntava a salvare - agli occhi di centinaia di persone - una sorta di doppio forno: da un lato la rottura netta con «gli infami», dall’altro la prosecuzione con la logica di sopraffazione condotta da anni dai cosiddetti «capitoni». Dunque, il manifesto. Anticipato da una lettera dal carcere indirizzata a Matteo Balzano. Una lettera che viene sequestrata e che finisce agli atti dell’inchiesta culminata negli oltre trenta arresti di venerdì scorso, firmati dal gip Claudio Marcopido. 

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Poche righe, per firmare l’adesione alla controffensiva verso i pentiti, per sostenere «fratem Mat». Inchiesta condotta dai pm Alessandra Converso e Enrica Parascandolo, viene individuato un affiliato, come responsabile delle squadrette usate per battere la zona, per segnare strade e palazzi con la scritta «ztl Lo Russo»: si chiama Giovanni Borriello e viene indicato come un personaggio di fiducia di Balzano, impiegato per trafficare armi, per far girare informazioni, ma anche per svolgere un ruolo nella strategia mediatica. Una campagna più o meno inedita, almeno da queste parti, che ha un solo precedente nello striscione comparso un anno e mezzo fa a Castellammare di Stabia, quello con i fantocci-pentiti da «abbruciare» nelle fiamme rigeneratrici per la festa dell’Immacolata. 

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Ma torniamo a Miano, al presunto gruppo emergente. Oltre a Matteo Balzano, in cella finiscono anche Gianluca D’Errico e Salvatore Scarpellini, indicati come esponenti dello stesso contesto criminale. Hanno mantenuto rapporti con soggetti del calibro di Ciro Perfetto, di Salvatore Silvestri, di Luciano Pompeo, in pochi mesi si impongono con l’astuzia e con la classica strategia del terrore. Mandano ad incendiare la casa della famiglia Cifrone, quelli che aspirano al trono dei Lo Russo, cacciano in poche notti intere famiglie dai loro appartamenti. Sembrano scene di guerra, che si consumano nel 2018 e nel 2019, in una città del tutto distratta o indifferente rispetto a quanto sta avvenendo all’interno dei propri confini metropolitani.

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Donne e bambini vengono allontanati, le case vengono espropriate (è quasi retorico ricordare che sono abitazioni nostre, nel senso che fanno parte del patrimonio del comune di Napoli), nessuna pietà per chi non ha un tetto sulla testa. Via i nemici, dentro gli affiliati, non mancano incendi o autobombe contro auto e case riconducibili ai Cifrone. Nelle migliaia di pagine di inchiesta, spicca una telefonata tra due amiche - Roberta e Gabriela - una conversazione che fa capire il clima di terrore che ha caratterizzato per anni un intero spaccato metropolitano. È il 14 settembre del 2019, quando le due amiche commentano le fiamme che hanno divorato l’abitazione di Luigi Cifrone: «Mamma mia, Gabriela, che paura», dice Roberta pensando al fatto che una loro conoscente era stata costretta a scappare dalla zona, a lasciare tutto come una profuga. «Robè, ma pure dentro si è bruciata? Tutto, tutto, povera ragazza... allora, umanamente mi dispiace... però... per come sono cattivi loro che godono sulle disgrazie della gente...». Fiamme e paura, ma anche «squadrette di imbianchini», al servizio del boss emergente: quelle servite a chiarire le idee a tutti contro «gli infami che hanno tradito (i pentiti, nell’ottica deviata della camorra)», ma anche ad assicurare continuità nel controllo di un pezzo di Napoli, la Napoli che punta a diventare capitale del turismo internazionale. 
 

Ultimo aggiornamento: 12 Febbraio, 09:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA