«Convertito e radicalizzato», un napoletano nella rete del terrorista

Giovedì 29 Marzo 2018 di Valentino Di Giacomo

La jihad-connection di Elmahdi Halili, il giovane italo-marocchino arrestato ieri a Torino, aveva allungato i suoi tentacoli in tutta Italia fino ad arrivare alle porte di Napoli. Nella vasta operazione anti-terrorismo portata a termine dalla questura piemontese, è stata infatti perquisita dalla Digos di Napoli anche l'abitazione di un italiano convertitosi all'islam che risiede in un comune della zona Nord-est del capoluogo campano. L'uomo era monitorato da diverso tempo dalla polizia e dall'intelligence, ma vige il massimo riserbo sulla sua identità per non inficiare le complesse indagini ancora in corso in tutta Italia. Per il napoletano convertito non è scattata nessuna misura restrittiva, ma nel corso della perquisizione i poliziotti della Digos hanno proceduto soltanto ad acquisire tutto il materiale che potrà essere utile all'inchiesta e che è stato poi inoltrato agli uffici dell'Antiterrorismo di Roma e Torino. Cellulare, pc e alcuni fogli dattiloscritti serviranno agli inquirenti per ricostruire i rapporti tra l'uomo della provincia di Napoli e il giovane italo-marocchino.
 


Non sono stati diffusi ulteriori dettagli, se non quelli di un possibile incontro che sarebbe avvenuto tra Halili e il napoletano convertito. Anche se i due islamici erano più spesso in contatto attraverso i social network e si scambiavano frequenti messaggi su Telegram. Il 23enne di Torino era riuscito infatti a creare una rete capillare di contatti, ieri perquisizioni analoghe a quella avvenuta a Napoli sono scattate in diverse province italiane: da Milano a Reggio Emilia, da Bergamo a Modena. L'allerta è alta, ancor di più in questi giorni che precedono la Santa Pasqua in cui si ritiene che possibili attentati siano più probabili.
 
Fonti qualificate contattate dal Mattino chiariscono comunque che, pur se il livello di attenzione è salito ulteriormente, sul territorio campano non sussistano notizie di minacce imminenti. Si procede con il solito lavoro di prevenzione, monitorando la platea dei soggetti ritenuti più pericolosi. La mappa campana del jihad è ben nota all'intelligence e alle forze dell'ordine: nel mirino dei controlli, intensificati ancor di più negli ultimi giorni, ci sono le grandi moschee del centro storico, ma soprattutto la grande galassia delle moschee fai-da-te disseminate nel capoluogo partenopeo e le decine che proliferano in provincia. Nei report che giungono al ministero dell'Interno viene considerata a rischio radicalizzazione la moschea di piazza Mercato, un luogo di culto ritenuto potenzialmente pericoloso al pari della grande moschea milanese di viale Jenner e quella di Centocelle a Roma. Nel corso degli ultimi anni sono stati rilevati non solo alcuni sermoni molto radicali, ma nella grande moschea napoletana sono transitati decine di soggetti di alto livello seguiti sia dall'intelligence italiana che da altre agenzie europee.

Nella mappa stilata dagli analisti delle forze dell'ordine ci sono finite pure alcune moschee, più piccole e nascoste, dove però vige la predicazione salafita che generalmente è ritenuta più estrema rispetto alle altre correnti teologiche. Gli imam salafiti, che letteralmente in arabo sta per «musulmano delle prime generazioni», rappresentano uno storico movimento islamico, generalmente molto integralista, che ha come sua pretesa fondamentale che la religione non sia stata compresa correttamente da nessun altro fuorché dal Profeta, dai musulmani delle prime generazioni e da loro stessi. Chi non appartiene ai «salafi» è invece un «khalaf», un musulmano degli ultimi giorni. Al momento pur se non vengono forniti ulteriori particolari sarebbero sei in Campania i luoghi di culto salafiti messi sotto la lente d'ingrandimento. Tra queste figura anche la grande moschea di San Marcellino. Nel 2009 finì al centro di un'inchiesta della procura di Venezia l'imam tunisino della moschea della provincia di Caserta, Hassan Hidouri, anche se la sua posizione venne in seguito archiviata. In questa moschea si realizzò anche l'arresto del tunisino Eddine Khemiri con l'accusa di essere il capo di una banda di trafficanti di migranti a cui venivano forniti documenti contraffatti.

La perquisizione effettuata ieri in provincia di Napoli dimostra comunque, ancora una volta, come la fitta rete del jihad abbia forti legami con la Campania. Se l'italo-marocchino arrestato ieri aveva contatti con un cittadino napoletano, anche l'imam arrestato martedì scorso a Foggia che indottrinava i ragazzini al martirio era in collegamento con soggetti che orbitavano nel Napoletano. L'imam pugliese, nei mesi scorsi, aveva ospitato nel suo centro islamico un foreign fighter ceceno, Eli Bombataliev. Il ceceno, arrestato nel luglio scorso, era sposato con una 49enne russa residente a Napoli. Anche per la donna scattarono le manette: la Digos partenopea scoprì che la moglie di Bombataliev era rimasta così fascinata dai sermoni del marito da dirsi pronta a compiere attentati esplosivi suicidi con l'esplosivo.

Eppure, più che per la presenza di potenziali terroristi, la Campania è per ora ritenuta solo una base logistica utile ai seguaci del Califfato per pianificare le proprie azioni. Su tutte esistono evidenze di come la provincia di Napoli risulti utile per il procacciamento di documenti falsi, ma anche di armi. Un crocevia strategico dove sono transitati diversi jihadisti in stretto contatto con cellule che hanno operato negli attentati in Belgio e Francia. Ma in questi giorni il focus maggiore di attenzione è tutto sull'Italia.

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