Pompei, l'ultima lezione di Osanna: «I lapilli come gadget ai turisti»

Giovedì 4 Marzo 2021 di Giovanni Chianelli
Pompei, l'ultima lezione di Osanna: «I lapilli come gadget ai turisti»

L'ultima idea, da direttore del Parco archeologico, è la vendita dei lapilli vulcanici - gli stessi che sotterrarono Pompei nel 79 d.c - come gadget, per i turisti. Chissà se si farà. Intanto, Massimo Osanna parla da direttore generale dei musei italiani e lancia una card nazionale per tutti gli spazi, «che offra una distribuzione di luoghi e pubblico sensata per quando i turisti torneranno a rivivere i luoghi di cultura». Anche se ha appena lasciato a Gabriel Zuchtriegel, ex responsabile di Paestum, il comando del Parco, ha ancora Pompei nel cuore: «La nuova sfida è di portare le best practice pompeiane in tutti i musei e i siti archeologici italiani, con progetti di manutenzione programmata estesa a ogni sito», dice. E aggiunge: «È necessario avviare le operazioni di manutenzione, è un'operazione su cui spero di intercettare anche i fondi del Recovery Plan. Oggi il processo di manutenzione si fa in pochi luoghi ma a Pompei ho sperimentato quanto sia essenziale».

Ed è proprio il concetto di manutenzione programmata il centro della lectio magistralis che Osanna ha tenuto ieri in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico della Scuola di specializzazione in Beni architettonici e paesaggio della Federico II. È stato introdotto da Matteo Lorito, rettore dell'ateneo, al cospetto del successore Zuchtriegel che tra circa un mese entrerà in carica.

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«Questo è il mio ultimo atto come direttore del Parco archeologico di Pompei. Una sorta di saluto», esordisce Osanna. Che poi passa in rassegna questi difficili ed entusiasmanti 6 anni di direzione, traducendoli in un lungo racconto di come il sito sia passato dalla vergogna internazionale causata dai crolli del 2010 alla condizione di efficienza di oggi. Parte dall'articolo di Le Figaro che, all'indomani del crollo della Schola Armaturarum, così immortalava il degrado: «La città di Pompei sta per scomparire». Per l'archeologo venosino si è trattato di «un punto di svolta, proprio perché di non ritorno. In quel momento il governo comprese che Pompei non poteva essere gestita con commissariamenti e personale non adeguato».

Nel dissesto generale, racconta, capì che andavano convertiti i paradigmi di manutenzione e gestione: «Anche perché gli interventi erano tanti e di tempo non ce n'era più molto». Come è riuscito ad affrontare la sfida lo riassume così: «Riformando la squadra di professionisti attivi a Pompei con l'arrivo di 105 milioni dall'Europa, è stata possibile l'immissione in ruolo di architetti, archeologi e restauratori competenti. E convertendo il vecchio metodo di interventi sulle criticità dei beni che risaliva ancora ai tempi di Amedeo Maiuri. Al posto dei puntelli abbiamo introdotto nuove tecniche di manutenzione, poco invasive per le rovine e in grado di dare spazio ai turisti». 

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Le ultime battute sono sulla pandemia: «A Pompei siamo andati anche al di là del protocollo del Comitato tecnico scientifico, con misure serie che ci hanno consentito di fronteggiare l'immediato ritorno di grandi masse di turisti». Poi spiega che le decisioni sulle chiusure dipendono dal Cts: «Bisogna ascoltare gli esperti. Io spero che presto potremo aprire, come il ministro ha annunciato, anche nel fine settimana. Si pensava potesse accadere già il 27 marzo, desideravo accadesse prima di Pasqua. Ora però la situazione non sembra ottimale». C'è da trarre, dice, alcune lezioni dalla sfida Covid: «È importante valorizzare la digitalizzazione. Poi, che è centrale un turismo sostenibile, per questo sto studiando per la mia nuova direzione una card per tutti i musei d'Italia. Per un anno chi la compra avrà la possibilità di usufruire dei nostri spazi».

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