Imparare ad amare alla scuola dei sentimenti di Giuseppe Ferraro

di Donatella Trotta

La filosofia come amore della sapienza, ma anche come sapienza dell’amore: o dell’impossibile possibilità dell’amore. Perché - come sottolineava Nietzsche nella sua «Gaia Scienza» - «si deve imparare ad amare». E dunque a vivere, e morire. Ma l’amore non si può insegnare: possesso senza proprietà, senza dimora, eterno in quanto eternamente rinnovato nell’incontro, anche nel tempo della precarietà, l’amore è comunque, per tutti, un implicito e ineludibile «obbligo d’esistenza». Di più: è «la pietra d’inciampo dell’etica»: dunque, scrive Giuseppe Ferraro, «l’ethos si porta dentro l’eros lungo tutta la storia della cultura europea nel nome stesso della comunità».



Prende le mosse da questi laici presupposti il nuovo stimolante libro di Ferraro, dal titolo appunto «Imparare ad amare» (Castelvecchi, pp. 190, euro 17,50) che si presenta oggi alle 18 a Napoli nella sede de La Feltrinelli di via Santa Caterina a Chiaia. Una presentazione nello stile maieutico e radicalmente democratico dell’autore: in forma di dialogo corale di Ferraro con un gruppo di giovani, attraverso un incontro-percorso intessuto di letture e interventi personali. Un’occasione preziosa di condivisione e riflessione a voce alta su temi ultimi e penultimi, ponendosi e ponendo domande di senso: proprio come aiutano a fare le pagine di questo libro, ulteriore denso contributo di Ferraro alla creazione di una sorta di “scuola dei sentimenti” che passi dall’alfabetizzazione delle emozioni alla piena educazione affettiva. Urgente quanto quella civica, politica e alla legalità.



Filosofo “militante” ai confini tra temi etici, sociali e pedagogici, membro del Centro italiano di Fenomenologia e del Centro Studi di Filosofia della Religisione, visiting professor all’università di Stato di Rio de Janeiro Ferraro e a Friburgo, oltre che anima di seminari estivi a Marina di Camerota configurati come veri e propri cenacoli di relazioni autentiche, paritarie e “restitutive”, Giuseppe Ferraro non si limita infatti all’insegnamento presso l’Università Federico II di Napoli. Ma è sempre andato oltre: oltre le mura eburnee degli specialismi, intellettualismi e tecnicismi accademici; oltre le barriere delle chiusure autoreferenziali; oltre i luoghi comuni e gli esoterismi disciplinari. Non a caso, ha fatto filosofia (e raccontato le sue esperienze educative) sconfinando di continuo, in giro per il Paese, con i bambini di scuole di periferia e del centro, con i detenuti adulti e ragazzi, con giovani assediati dall’inquietudine del nichilismo e dalla glaciazione delle passioni tristi, nel segno di una pensosa socialità pedagogica e antimondana, ma fortemente comunitaria, trasmessa per contagio. Spaziando dalle origini dell’arte del pensare all’impegno-imperativo etico del pensare oggi.



Lo spiega bene all'inizio di «Imparare ad amare»: «La parola della filosofia è discreta, dice quasi e senza dire. E' una pratica di relazione...in questa pagine ci sono i miei amici detenuti, i miei bambini in filosofia, senza parlare di carcere e scuola, ma di quello che si vive dentro di sé dentro carceri e scuole, dentro le città e le case...». L'autore è infatti convinto che il grado di sviluppo della democrazia di un Paese si misuri dallo stato delle sue carceri e delle sue scuole e dei suoi ospedali, ossia i luoghi "d'eccezione": e quanto più, dice, le carceri saranno scuole e quanto meno le scuole saranno carceri tanto più alta sarà anche l'espressione democratica di una comunità, e di una città capace di farsi scuola. Scuola dei legami, e della parola abitata: come ha ribadito di recente Ferraro con Erri De Luca presentando a San Domenico l'anteprima della Notte dei Filosofi in programma a fine maggio.



Anche in questo libro, Ferraro recupera così la funzione civile di una filosofia contemporanea capace di spendere il proprio contenuto non tanto di sapere, quanto di relazione inclusiva al di là di ogni reclusione, esclusione, ordine di separazione. Lo testimonia del resto anche la produzione saggistica più recente di Ferraro, dopo i saggi su Nietzsche, Husserl e l’amore per Camus: da «Etica e pedagogia» (2007) a «L’innocenza della verità» (2008), da «Il disagio del filosofo» (2010) a «L’anima e la voce» (2012) fino a «Imparare ad amare», nuova ma non ultima tappa di un cammino colto, complesso e fitto di rinvii (letterari, filosofici, psicologici, psicanalitici, politico-sociali) che riesce tuttavia a guidare, mediando con una cifra narrativa e un piglio divulgativo alto, negli orizzonti dei legami di desiderio, amore e amicizia.



Stemperando la fatica del concetto nel piacere della conoscenza, autenticata dall’esperienza di vita dell’autore spesa “fuori della mura”. Un’esistenza creduta e credibile perché, come suggeriscono due versi di Maria Luisa Spaziani, di sé può ben dire: «Credo nella mia vita se mi dico “ho parlato”/ Credo alla mia parola se mi dico “Ho vissuto”».

Mercoledì 6 Maggio 2015, 11:31 - Ultimo aggiornamento: 06-05-2015 11:59
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